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Pensioni, dal 2016 non basteranno 40 anni di contributi

 ROMA. Dal 2016 si andrà in pensione tre mesi più tardi rispetto alle soglie attuali che, a partire dal 2011, prevedono per la pensione di vecchiaia 66 anni per gli uomini e 61 per le dipendenti private.

E’ quanto prevede l’emendamento del relatore alla manovra, che, fra l’altro, innalza l’età pensionabile delle donne nella Pubblica amministrazione.La novitàè una conseguenza delle misure che prevedono che dall’1 gennaio 2016 scatti l’adeguamento fra l’età pensionabile e la speranza di vita calcolata dall’Istat e si ‘somma’ agli effetti analoghi prodotti dall’introduzione della cosiddetta ‘finestra mobile’ prevista dalla manovra.

La norma specifica che l’aumento dei tre mesi (in realtà già previsto dalla finanziaria dello scorso anno) vale anche per chi raggiungerà la soglia dei 40 anni di contributi e questo significa che dal 2016 chi vorrà andare a riposo solo con i propri contributi dovrà avere versamenti pari ad almeno 41 anni e tre mesi. Si arriva a questa soglia perché il decreto presentato dal governo nelle scorse settimane già prevede un innalzamento dell’età pensionabile di un anno poiché stabilisce che si può lasciare il lavoro “un anno dopo il raggiungimento degli attuali requisiti”. Questo varrà fino a tutto il 2015.

Dal 2016, poiché le pensioni saranno legate all’aspettativa di vita che nel frattempo si allungherà, come detto andrano aggiunti altri 3 mesi di lavoro. E non è finita. Dal 2018 ogni tre anni sarà ricalcolata l’aspettativa di vita ma in modo separato per uomini e donne. E poiché le donne vivono in media più degli uomini è possibile che dal 2018 le lavoratrici si vedranno fissare una soglia di pensionamento più alta rispetto a quella dei loro colleghi di sesso maschile.

L’adeguamento all’aspettativa di vita scatterà anche per le pensioni sociali. Lo prevede sempre l’emendamento del relatore alla manovra. In pratica, a partire dal 2016, anche chi dovrebbe percepire l’assegno più basso, quello che il precedente governo Berlusconi portò a circa 500 euro (il vecchio milione di lire) vedrà spostarsi l’età in avanti a seconda dei successivi adeguamenti dell’Istat.

I risparmi attesi dell’operazione ammontano a 7,8 miliardi nel periodo 2016-2020: 60 milioni nel primo anno, 800 milioni nel 2017, 1,725 miliardi nel 2018, 1,920 miliardi nel 2019 e 3,333 miliardi nel 2020.

La disposizione, si legge nella relazione tecnica della Ragioneria dello Stato, prevede “l’adeguamento triennale, a decorrere dal primo gennaio 2016, dei requisiti anagrafici per l’accesso al pensionamento di vecchiaia ordinario, al pensionamento anticipato e all’assegno sociale nonché del requisito contributivo ai fini del conseguimento del diritto all’accesso al pensionamento anticipato indipendentemente dall’età anagrafica alla variazione della speranza di vita all’età corrispondente a 65 anni accertata dall’Istat in riferimento al triennio precedente”.

Per la valutazione degli incrementi della speranza di vita a 65 anni è stato adottato lo scenario demografico Istat centrale: l’adeguamento cumulato, ad esempio al 2050, comporterà circa 3,5 anni in più. I soggetti che maturano i requisiti interessati nel periodo 2016-2020 sono circa 400 mila. La relazione tecnica precisa inoltre che la norma comporterà una riduzione dell’incidenza della spesa pensionistica in rapporto al Pil di circa 0,1-0,2 punti percentuali attorno al 2020, crescente fino a 0,5 punti percentuali al 2030 per poi decrescere a 0,4 punti percentuali al 2040 e a 0,2 punti percentuali al 2045, attestandosi a tale livello anche alla fine del periodo di previsione dopo una fase di effetto sostanzialmente nullo.

La finestra mobile e l’adeguamento dell’età di pensionamento all’aumento della speranza di vita comporteranno quindi complessivamente, si legge nella relazione tecnica dell’emendamento, “una riduzione dell’incidenza della spesa pensionistica in rapporto al Pil di circa 0,2 punti percentuali nel 2015” che sale fino a 0,7 punti percentuali nel 2030, si attesta attorno a 0,5 punti percentuali fino al 2040 per poi decrescere fino a annullarsi attorno al 2050, e tornare alla fine del periodo di previsione a 0,2 punti percentuali.

Critica la Cgil, che definisce la misura “illegittima ed illogica” perché “allontana sempre di più il lavoro per i giovani e impoverisce la spesa previdenziale”. L’aggancio alle aspettative di vita “viene esteso anche all’anzianità contributiva di 40 anni che diventano così 41 per effetto della manovra e crescono per effetto della revisione triennale, per giunta senza alcun vantaggio per i lavoratori che sono costretti a rimanere in servizio”.

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