Campania

Ucciso per aver insidiato ragazzine del clan: 3 arresti

Nicola GattiNAPOLI. Tre personaggi di spicco dell’ormai disarticolato clan camorristico dei Giuliano, attivo a Napoli nel rione Forcella, nel centro storico della città, sono stati arrestati dai carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Napoli.

L’accusa per i destinatari delle ordinanze, catturati tra Napoli e Formia, è di omicidio aggravato. Nel corso di indagini, – coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia partenopea, e condotte su riscontri alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e rivalutazione delle intercettazioni telefoniche svolte nel ’93 nell’ambito di un altro procedimento penale nei confronti del clan Contini – i militari dell’Arma hanno ricostruito il movente e le modalità dell’omicidio di Nicola Gatti, avvenuto il 30 agosto 1993. E’ emerso che l’uomo fu trucidato su un motoscafo al largo di Napoli poiché aveva intrattenuto relazioni sentimentali con due ragazze, all’epoca minorenni, figlie di personaggi di spicco del clan, sulle quali aveva invece avuto il compito di ‘vigilare’.

Portato a bordo di un motoscafo, stordito con una serie di colpi al capo, e poi, dopo averne assicurato il corpo a una pesante ancora, gettato in mare al largo del golfo di Napoli. Il cadavere di Gatti non è mai stato ritrovato.

L’indagine, avviata ad aprile del 2009 e conclusasi lo scorso febbraio, ha consentito di individuare gli autori dell’omicidio, secondo l’accusa, in Giuseppe Roberti, di 60 anni, Salvatore Roberti, 38, e Salvatore Roberti, 51, rispettivamente marito, figlio e cognato di Erminia Giuliano, molto più conosciuta con il nome di “Celeste”, sorella di Luigi Giuliano, già capo dell’omonimo clan ma lei stessa ritenuta una vera e propria “lady camorra”.

Le ragazze su cui Gatti avrebbe dovuto vigilare sono le sorelle, minorenni all’epoca dei fatti, Gemma e Milena, rispettivamente figlie di Giuseppe Roberti e della stessa Erminia Giuliano. L’indagine è stata condotta attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, riscontri alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e riascolto e rivalutazione delle intercettazioni telefoniche svolte nel ’93 nell’ambito di un altro procedimento penale nei confronti del clan Contini.

“OMICIDIO RACCAPRICCIANTE”. Le fasi dell’omicidio di Gatti furono raccapriccianti, come hanno raccontato diversi collaboratori di giustizia tra cui Luigi, Raffaele e Guglielmo Giuliano, fratelli di Celeste. I verbali sono agli atti dell’ordinanza emessa dal gip Marina Cimma su richiesta del pm Alfonso D’Avino. Secondo i pentiti, l’istigatrice del delitto fu proprio Gemma Roberti; secondo altri, invece, l’idea fu del padre. Racconta per esempio Guglielmo Giuliano: “Alcuni anni fa un ragazzo di nome Nicola, di circa 19 anni, molto bello e con occhi verdi, frequentava la casa di mia sorella Celeste. Era una sorta di factotum della famiglia: accompagnava mia sorella, il marito e anche le figlie. Questo ragazzo a un certo punto si fidanzò con Gemma, la figlia di Celeste; stava perciò sempre con la famiglia di mia sorella. Mio cognato Peppe a un certo punto mi chiese di aiutarlo a uccidere e a far sparire questo Nicola”.

“Chiesi a Peppe – aggiunge – il motivo di questa decisione e mi raccontò che Nicola tirava eroina e l’aveva fatta usare anche a Gemma e che una notte a Ischia l’avevano scoperto a letto insieme all’altra figlia, Milena. Dissi a Peppe che non avevo queste capacità e pertanto non gli diedi alcun aiuto. Quattro-cinque giorni dopo la richiesta, Peppe mi disse che aveva portato a termine il lavoro con Nicola e raccontò anche i particolari. Lui, il fratello Salvatore e un terzo che può essere il figlio di Celeste ma che Peppe non mi ha detto, portarono il Nicola su un motoscafo a mare per un giro”. Qui “Nicola fu colpito primo alla testa con un attrezzo da marinaio, un bastone che si trova a bordo del motoscafo. Tentò di reagire, Salvatore tentò di strangolarlo mentre Peppe prese un’ancora che si trovava a bordo e gliela diede in testa. Nicola fu buttato in acqua ma era ancora vivo e si aggrappò al motore, fu ancora colpito con l’ancora in testa e rimase morto attaccato al motore. Fu preso: gli vennero legate due ancore intorno al corpo e fu buttato in mare”.

Alla domanda del pm sul perché si rifiutò di aiutare Giuseppe Roberti ad aiutarlo a uccidere Nicola, Guglielmo Giuliano rispose: “Non mi andava di dare la mano a uno come lui che, essendo confidente, non mi ispirava fiducia. Io ho commesso omicidi, ma si è trattato sempre di omicidi di miei simili, cioé di omicidi fatti per motivi di camorra e quindi di sopravvivenza. Nel caso di Nicola, si trattava di un bravo ragazzo e la motivazione dell’omicidio non riguardava fatti di camorra”.

Oltre che a Guglielmo, Giuseppe Roberti aveva chiesto l’aiuto degli altri cognati, Luigi, Raffaele e Carmine, ma nessuno aveva condiviso la sua decisione di uccidere il ragazzo. Secondo un altro collaboratore di giustizia, Raffaele Garofalo, fu proprio Gemma a volere la morte del ragazzo. Ecco il suo racconto: “Un giorno venne Roberti Gemma, la quale mi disse che avrei dovuto farle un piacere; mi raccontò che Nicola aveva approfittato di lei e le aveva fatto sniffare eroina. Ne aveva approfittato sessualmente, anche se ritengo che lei fosse consenziente. Roberti Gemma mi disse che di lì a poco sarebbe uscito dal carcere Vastarella Diego e temeva che questi venisse a sapere tutto. Mi disse dunque: `Me lo fai un piacere? Me lo vuoi uccidere?, raccomandandomi comunque di non parlarne con i suoi zii. Io risposi di no, dicendo che era impensabile una cosa del genere, e poi le dissi che per usare un’arma avrei dovuto chiedere il permesso allo zio, cioé a Giuliano Raffaele. E poi non me la sentivo di fare una cosa del genere”.

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