Italia

Turchia, Monsignor Pavese ucciso dal suo autista

Luigi_PaveseANKARA. Ammazzato a coltellate nella sua abitazione dal suo autista a cui avrebbe aperto lui stesso la porta. Questi sono, al momento, i dettagli che si conoscono relativamente all’assassinio di Monsignor Luigi Pavese, vicario apostolico dell’Anatolia.

Venerdì prossimo si sarebbe dovuto recare a Cipro per ricevere dal Papa, Benedetto XVI, assieme agli altri prelati responsabili e patriarchi cattolici della regione, il documento preparatorio del sinodo sul Medio Oriente, in cui si raccontano le violenze subite dai cristiani. Ma qualcuno evidentemente ha voluto fermare questo incontro. Le cause della sua morte sono ancora avvolte dal mistero che insospettisce e getta nello sconcerto l’intera comunità cattolica.

Il portavoce della stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha riferito il suo dolore dicendo: “Cio che è accaduto è terribile, pensando anche ad altri fatti di sangue in Turchia, come l’omicidio alcuni anni fa di don Santoro”. Non a caso nel 2004 un’analoga vicenda aveva portato via la vita di un altro prelato, Don Andrea Santoro, assassinato da un gruppo di ultranazionali. “Preghiamo – ha aggiunto Lombardi portando anche il messaggio di dolore del Papa – perché il Signore lo ricompensi del suo grande servizio per la Chiesa e perché i cristiani non si scoraggino e, seguendo la sua testimonianza così forte, continuino a professare la loro fede nella regione”.

Don Luigi Pavese sapeva che la situazione per i cattolici e i prelati in questa regione della Turchia era alquanto critica e testimonianza di tale avversione era stata lui stesso a darla qualche anno fa in un suo intervento pubblico. “Per capire l’attuale situazione che vivono i cristiani in Turchia oggi– disse per l’occasione- occorre riandare agli anni settanta e lì focalizzare in particolare due fenomeni concomitanti: da un lato il ridimensionamento dell’islam da parte di Ataturk, che oggi invece cerca di riprendere vigore e forza; dall’altro un nazionalismo sempre più forte e reattivo a fronte della crescente paura di perdere consenso all’interno della società”.

Un segnale d’allarme lanciato ma mai codificato? “Questo spiega e motiva gli attacchi che periodicamente e sempre più frequentemente riceve la comunità cristiana, sia ortodossa sia latina sia protestante, pur essendo una minoranza. Vi è anche da considerare il fatto che il cristianesimo latino in passato veniva spesso, e anche oggi accade,– aggiunge nel suo intervento- considerato come un elemento estraneo all’islam e alla sua società, per una sorta di lunga memoria storica, che ha collegato il cristianesimo all’occupazione di potenze straniere. Tuttavia l’islam turco non è monolitico, ma anzi estremamente variegato. Recentemente sono riemersi gruppi a orientamento sufi, notoriamente più tolleranti”.

Monsignor Luigi quella regione la conosceva abbastanza bene: era arrivato in Anatolia nel 2004 quando fu nominato vicario apostolico e vescovo titolare di Monteverde. Nello stesso anno fu stato consacrato a Iskenderun. La sua lotta silenziosa all’estremismo che si contrappone al mondo cattolico, era stata cominciata quando in merito all’uccisione del prelato Santoro, era stato lo stesso Pavese a concelebrare con Camillo Ruini i funerali.

La sua storia nella fede cristiana comincia da molto lontano: nato a Milano 63 anni fa, Don Pavese nel 1973 fu ordinato sacerdote ricoprendo anche il ruolo di insegnante della cattedra di Patristica alla Pontificia Università dell’Antonianum e per sedici anni quello di direttore dell’Istituto di Spiritualità nella medesima università. Ha ricoperto, poi, una cattedra anche alla Pontificia Università Gregoriana e alla Pontificia Accademia Alfonsiana. Per 10 anni è stato poi visitatore del Collegio Orientale di Roma per la Congregazione delle Chiese Orientali, consulente della Congregazione per le Cause dei Santi. La sua è stata una vita condotta nella fede che però non pare glia abbia concesso giustizia.

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