Aversa

Omicidio Lama, pena ridotta in appello a Dello Iacono

Raffaele Costanzo AVERSA. Il 17 marzo 2007, ad Aversa, aveva ucciso Armando Lama, e tentato di uccidere il figlio Nicola, esplodendo contro diversi colpi di pistola.

Si è celebrato innanzi alla Seconda Sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli (presidente Amedeo Ghionni, consigliere a latere Elena Giordano) il giudizio di appello a carico di Angelo Dello Iacono – difeso dagli avvocati Luciano Costanzo e Raffaele Costanzo (nella foto) – al quale erano contestati i reati di omicidio volontario premeditato nei confronti di Lama, di tentato omicidio nei confronti del figlio Nicola e di evasione dagli arresti domiciliari e di porto e detenzione abusivi di pistola.

Già in primo grado la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, a fronte di una richiesta di ergastolo da parte del pm, aveva condannato Dello Iacono a 16 anni di reclusione. Contro la sentenza avevano proposto appello sia il procuratore della Repubblica sia i difensori dell’imputato. Il pm lamentava nell’atto di appello l’esiguità della pena e l’improprio riconoscimento della seminfermità di mente. Allo stesso tempo, la difesa dell’imputato aveva richiesto che a Dello Iacono venisse riconosciuta l’esimente della legittima difesa o quantomeno l’eccesso colposo dell’esimente, ed in ogni caso che venisse affermata l’insussistenza dell’aggravante della premeditazione e venisse irrogata una pena più esigua.

I giudici d’Appello- su richiesta espressa dei difensori dell’imputato -avevano disposto perizia psichiatrica sulle condizioni mentali di Dello Iacono ed il perito di ufficio aveva concluso affermando che l’imputato al momento del fatto era affetto da “disturbo di personalità borderline” che scemava grandemente la sua capacità di intendere e di volere.Il procuratore generale Iervolino e la parte civile, avvocato Cantelli, che rappresentava la famiglia Lama, avevano chiesto un aggravamento della pena e l’esclusione di qualsiasi malattia mentale in capo a Dello Iacono.

Gli avvocati Costanzo, con convincenti argomentazioni fattuali e giuridiche, hanno ricostruito l’intera vicenda evidenziando come il fatto di sangue era scaturito da una pregressa prepotenza dei Lama che in due precedenti occasioni avevano percosso il padre anziano dell’imputato e ribadendo che tale aggressione aveva scatenato la reazione del figlio Angelo; in particolare i difensori hanno evidenziato che Dello Iacono si era ripresentato il giorno 17 marzo 2007 a casa dei Lama, armato di pistola e con il colpo in canna, e aveva avvicinato il padre Armando Lama riproponendo il problema del processo che doveva essere celebrato nel prossimo mese di aprile in relazione ad una precedente reazione aggressiva posto in essere da Dello Iacono nei confronti di Nicola Lama e chiedendo di essere aiutato sul processo. Ma Armando Lama lo aveva animatamente invitato ad andare via affermando che si sarebbero visti in tribunale; sopraggiungeva Nicola Lama e, solo a questo punto, l’imputato estraeva una pistola ed esplodeva diversi colpi che attingevano Nicola Lama al collo e ferivano mortalmente al petto Armando Lama che si era frapposto fra i due cercando di fare scudo al figlio.

I difensori di Dello Iacono hanno sottolineato, così come sostenuto dal loro assistito, che Nicola Lama si era avvicinato allo stesso Dello Iacono impugnando un coltello da macellaio, circostanza negata da Nicola Lama, ed hanno dimostrato che, se non era provato che Nicola Lama era sopraggiunto impugnando un coltello da macellaio e quindi non era provata in maniera certa la sussistenza dell’esimente della legittima difesa nella condotta del loro assistito, non era comunque configurabile l’aggravante della premeditazione nella condotta di Dello Iacono, il quale non si era portato a casa dei Lama con il proposito, già radicato fermo ed irremovibile, di uccidere i suoi rivali ma che si era trattato di un delitto d’impeto sorto nel momento stesso in cui era sorta la discussione con i Lama.

La Corte d’Assise d’Appello, in pieno accoglimento dell’appello e delle richieste dei difensori dell’imputato, ha ritenuto insussistente l’aggravante della premeditazione contestata e riconosciuta dai giudici di primo grado e, concedendo le attenuanti generiche e la seminfermità prevalente sulle aggravanti, ha ridotto la pena a 12 anni e 6 mesi di reclusione.

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