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Buon compleanno caro “Papà” Wojtyla

Giovanni Paolo II ROMA. Martedì 18 maggio 2010, Giovanni Paolo II avrebbe compiuto 90 anni. A lui voglio scrivere questa lettera con l’affetto di chi scrive al proprio genitore.

Caro Papà, scusa se mi è scappato l’accento, lo lascio per parlarti in confidenza. E’ per il terzo anno consecutivo che ti scrivo, così come ti avevo promesso, e spero di farlo ogni anno, almeno in questo giorno anche a me particolarmente caro. Auguri per i tuoi 90 anni. Come sempre starai utilizzando il tuo tempo per raccomandare a tutti i santi del Paradiso di salvaguardare la pace nel mondo. Il tuo successore proprio in questi ultimi giorni è stato impegnato in Portogallo. Nella terra della Madonna di Fatima, a te tanto cara. La Signora che ha deviato quel colpo mortale salvandoti la vita in terra da quello sparo così come annunciato dall’ultimo dei segreti di Fatima. (L’attentato avvenne nel giorno della ricorrenza della prima apparizione della Madonna ai pastorelli di Fatima e Giovanni Paolo II, si disse convinto che fu la mano della Madonna a deviare quel colpo e a salvargli la vita, tanto da volere che il bossolo del proiettile fosse incastonato nella corona della statua della Vergine a Fatima).

Proprio lì, a Fatima dove per la seconda volta hanno cercato di colpirti in quel lontano 12 maggio 1982 ed anche questa volta sei riuscito, con l’aiuto della Vergine, a salvarti. Anche questi sono stati, tra i tanti, segni della tua “Santità” che si è sviluppata giorno dopo giorno.

Oggi voglio ricordarti con il sorriso sulle labbra quando dinanzi alla folla di San Pietro che attendeva in trepida attesa la fumata bianca dicesti: “Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio, mi corigerete”. Ebbene, sei stato tu correggere i passi di tante persone che avevano imboccata la strada sbagliata. Oppure quando, dinanzi ad una folla di fedeli cittadini di Roma, ad una precisa domanda rispondesti: “Damose da fà – volemose bbene – semo romani!”. Questa frase è entrata nel cuore di tutti i romani che ti hanno dedicato una quantità indefinita di scritti, messaggi, testimonianze.

Come questa poesia in dialetto romanesco che mi ha particolarmente colpito e, penso, se non l’hai ancora ascoltata, colpirà anche te:

Caro Papa, mejo me viè da dì Papà, ma anche mammà
pensanno propio alle parole tue,
quanno c’hai detto che pure Dio è madre.
Piagne la gente, prega e s’è fermata,
nella piazza che t’è stata tanto cara,
a guardà quella finestra illuminata.
Io m’aricordo de quanno t’affacciavi
pe “l’Angelus” a benedì i fedeli
e nelle lingue loro je parlavi.
Sei stato er Papa che de più ha viaggiato,
come nissuno aveva fatto prima,
tanto da stabilì ‘n antro “primato”.
Ma er treno de stasera è ‘n’antra cosa
è quello che te porta a vita vera:
nun c’è dolore lì e l’anima riposa.
Ar termine der viaggio tuo più bello
t’accojerà ‘na folla de’ festanti
e i “Santi tuoi” t’acclameran “fratello”.
Anche Maria spalancherà le braccia
e “totus tuus” je ripeterai
mentre che lei t’indicherà ‘na traccia:
er segno che hai lassato nella vita,
la Croce che sempre hai portato
co’ Gesù Cristo pe’ tutta la salita.
C’hai detto un giorno, quasi un testamento,
“Semo romani, volemose bbene, damose da fà…”
oggi te risponnemo sotto giuramento
che su noantri ce poi sempre contà.

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