Italia

Mafia, 41 arresti in Sicilia e Nord Italia contro cosche di Gela

 CALTANISSETTA. La polizia ha arrestato 41 persone ritenute legatealle cosche mafiose degli Emmanuello e Rinzivillo di Gela, nell’ambito dell’operazione “Compendium” tra la Sicilia, la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia, la Liguria e la Toscana.

I provvedimenti sono stati emessi dal Gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona su richiesta del procuratore capo della Dda Sergio Lari, dall’aggiunto Domenico Gozzo, e dai sostituti Nicolò Marino, Onelio Dodero e Gabriele Paci, ed eseguiti dalla Squadra Mobile di Caltanissetta e dal Commissariato di Gela con la collaborazione della polizia di Genova, Firenze, Parma, Brescia, Reggio Emilia, Pordenone, Trapani, Agrigento e Niscemi.

Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsioni, incendi, ricettazione, furto, detenzione illegale di armi, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, truffa ai danni dello Stato.

Gli investigatori hanno ricostruito i traffici illeciti, risalenti agli ultimi 20 anni, controllati dalle due cosche, in lotta fra loro dagli anni ’90 ad oggi, rilevando che i due clan per anni hanno esteso il loro dominio non solo sul territorio di Gela ma anche al Nord Italia, imponendo il ‘pizzo’ anche ad alcune imprese operanti nel settentrione, ma anche assunzioni di manodopera.

I componenti di una delle due cosche tentarono anche di infiltrarsi a Parma in occasione delle elezioni amministrative, svoltisi il 27 e il 28 maggio del 2007, quando tre presunti affiliati, si candidarono nella lista dell’Udeur. A Gela i mafiosi imponevano i lavori di movimento terra, la forniture di calcestruzzo, l’assunzione di operai nei cantieri edili, ricorrendo spesso a minacce o intimidazioni.

L’operazione prende spunto dall’inchiesta sulla cattura del boss Daniele Emmanuello, rimasto ucciso in un casolare di campagna ad Enna, il 3 dicembre del 2007, dopo un conflitto a fuoco con la polizia, e finalizzata a scoprire la fitta rete di fiancheggiatori appartenenti a Cosa nostra che per anni ha coperto la latitanza del capomafia, partendo da Gela con profonde ramificazioni nel Nord Italia.

Le dichiarazioni rese agli inquirenti dal collaboratore di giustizia Fortunato Ferracane hanno permesso alla Dda e alla polizia di ricostruire gli affari del clan mafioso nel Nord Italia e in particolare a Parma, dove si era trasferito Salvatore Terlati. Dalla precedente operazione denominata “Scirocco”è emerso che Terlati, dopo un periodo di detenzione, il 16 dicembre del 1999 era stato scarcerato e sottoposto al divieto di dimora in Sicilia. Aveva scelto di trasferirsi a Parma. Durante il suo soggiorno in Emilia Romagna, a garantirgli le spese di mantenimento sarebbero stati altri affiliati a Cosa nostra, come Nunzio Mirko Licata e Francesco Vella. Durante il suo soggiorno a Parma, Terlati avrebbe curato una fitta rete di rapporti con diversi gelesi, operanti nel Nord Italia. In particolare Nunzio e Carmelo Alabiso gli avrebbero prestato il fianco per falsificare fatture e finanziare così il clan. Tra le attività della cosca, anche il “caporalato”, che Terlati avrebbe mandato avanti grazie anche agli appoggi di Orazio Infuso e Nunzio Licata i quali, dietro la sua regia, avrebbero provveduto a procacciare operai per le imprese operanti nel settentrione, ricavando senza alcun titolo un guadagno sull’intermediazione. Inoltre, Terlati avrebbe messo sotto estorsione alcune imprese facendo in modo che il pagamento del “pizzo” potesse essere giustificato contabilmente dalle vittime con una regolare fattura, emessa da altre imprese complici, per operazioni inesistenti e in cui erano coinvolte ditte intestate a Orazio Infuso e a Nunzio e Carmelo Alabiso.

A disposizione della ‘famiglia’, secondo gli inquirenti, anche un paio di imprenditori, come Rosario Cascino e Giovanni Luca Caltagirone, uno, secondo l’accusa, disponibile ad intimidire altre imprese concorrenti per l’aggiudicazione di qualche appalto che faceva gola a Cosa nostra, e l’altro pronto ad assumere manodopera, reperire somme di denaro, emettere false fatture, per ricevere favori in cambio. Nel giro delle false fatturazioni, destinate a finanziare il clan di Gela, vi sarebbe stato anche l’imprenditore niscemese Francesco Aprile, domiciliato all’epoca delle indagini in provincia di Brescia, a Bovezzo.

Base operativa dell’organizzazione mafiosa era il bar-pizzeria “Cavernet”, a Gela, gestito da Rocco Ascia. Gli affiliati, secondo le indagini, si ritrovavano proprio in quel locale ma disponevano anche di un altro immobile, in via Buscami 66 a Gela, in uso a Gianluca Pellegrino, noto come “Casuzza” e usato come una centrale per la preparazione e il confezionamento di stupefacenti, e per nascondere munizioni e ciclomotori rubati. L’abitazione, secondo quanto emerge dalle registrazioni video effettuate dalla polizia, veniva frequentata in particolare oltre da Gianluca Pellegrino, Francesco Vella, Salvatore Scivolone, Salvatore Iozza, Daniele Turco, Nunzio Avenia, Francesco Martines e Raimondo Gambino. Altra figura di spessore per polizia e magistrati sarebbe quella di Giuseppe Bevilacqua, imprenditore gelese, figlio di Antonio, noto come elemento di spicco del clan Madonia, assassinato nel 1988 durante la guerra di mafia di Gela. Bevilacquaè accusato del furto e dell’incendio di una betoniera dell’impresa “Calcestruzzi di Sanzone Vincenzo” e di alcuni tubi in plastica che sempre lo stesso imprenditore teneva in deposito in un cantiere a Tremestrieri Etneo. Il tutto per imporre l’acquisto di calcestruzzo. L’ingerenza di Cosa nostra nei lavori di movimento terra e delle forniture di calcestruzzo emergerebbe anche nella costruzione della chiesa di San Rocco, a Gela.Dall’inchiesta risulta anche che l’organizzazione si occupava della ricettazione di reperti archeologici.

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