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Udeur, i particolari dell’inchiesta

I coniugi MastellaNAPOLI. Agli atti dell’inchiesta sulle assunzioni all’Arpac che coinvolge l’ex ministro Clemente Mastella e la moglie Sandra Lonardo,presidente del Consiglio regionale della Campania (leggi),assieme ad un’altra sessantina di indagati, esponenti dell’Udeur, od organici al partito, vi è un “file” con centinaia di nominativi di persone “segnalate” dai politici.

L’ELENCO DEI “RACCOMANDATI”. Il procuratore aggiuntoFrancesco Greco spiega che, all’interno del personal computer in uso alla segretaria dell’ex direttore generale dell’Arpac (Luciano Capobianco, finito ai domiciliari, ndr.), gli inquirenti hanno scoperto un file contenente centinaia di nominativi: al fianco di questi risultava il nome di un esponente politico o della pubblica amministrazione (alcuni frequentissimi, altri meno, quasi tutti, comunque, per lo più riferibili a persone aderenti all’Udeur). Si accertava, in seguito, che quell’elenco di nomi corrispondeva, anzi sostanzialmente coincideva, con quello di tutti i soggetti beneficiari di consulenze, di incarichi temporanei affidati, negli ultimi anni, dall’Arpac, nonché di assunzioni. A fronte di migliaia di domande fatte da soggetti non “sponsorizzati” e rimaste accantonate, i “segnalati beneficiati” nel triennio 2005-2008 erano una percentuale del 90%. Agli indagati non è stata contestata tanto la “raccomandazione” in sé, ma il fatto che, per fare coincidere la vasta schiera dei segnalati con quelle dei beneficiari di consulenze, incarichi ed assunzioni, venivano reiteratamente e sistematicamente violate le procedure amministrative, venivano ignorati i regolamenti interni e le leggi, venivano fraudolentemente posti in evidenza requisiti o circostanze di fatto inesistenti. Veniva alla luce un sistema in cui perfino le richieste di “comandi” e “trasferimenti” erano annotate in apposito file nel quale, ancora una volta, al nome del dipendente era affiancato, immancabilmente, quello dello “sponsor politico-amministrativo”, come se l’essere “amico” di quel personaggio consentisse al dipendente una diversa e più incisiva mobilità sul territorio. Alcune intercettazioni telefoniche, inoltre, hanno fornito elementi di prova della piena consapevolezza degli illeciti commessi da parte degli indagati. Emergeva, dalle conversazioni intercettate, come diversi referenti del partito politico in questione, attualmente indagati, facessero a gara fra loro per riuscire a “piazzare” i propri raccomandati nell’Arpac.

CONSULENZE ALL’ASL BENEVENTO 1. Uno degli indagati (che già nel corso di pregresse indagini risultava essere stato utilizzato dal sodalizio come punto di contatto con la Magistratura Amministrativa per inoltrare segnalazioni) subito dopo avere dispiegato per il partito la sua presunta intermediazione con gli organi di giustizia amministrativa in una controversia elettorale relativa alle elezioni comunali di Morcone, veniva “beneficiato” dall’Asl di Benevento di consulenza. Ma dalle indagini non risultava agli atti dell’Asl di Benevento alcuna documentazione di tale consulenza. Vi era, invece, traccia del pagamento delle parcelle ai consulenti.

TRUFFA AL CONSORZIO DI BONIFICA “AURUNCO”. Le indagini, in seguito, grazie alla segnalazione di funzionari regionali, consentivano di accertare una truffa in danno del consorzio di bonifica “Aurunco” di Sessa Aurunca (Caserta) e della Regione Campania per rilevanti importi in relazione a lavori di ristrutturazione della rete di adduzione dell’impianto irriguo di Cellole (Caserta). Il beneficiario della frode, un congiunto di un esponente di vertice dell’Udeur, non solo otteneva fiduciariamente l’incarico professionale di progettazione e direzione dei lavori, in violazione delle normative regolanti le procedure di evidenza pubblica, ma risultava indebitamente beneficiario di parcelle “gonfiate” per circa 1.300.000 euro.

APPALTI PUBBLICI. Tornando alle indagini sull’Arpac, va evidenziato il filone relativo agli accertamenti svolti sul fronte dei rapporti fra imprenditori, politici e pubblici amministratori e, dunque, degli appalti pubblici. In primo luogo, risultava che gli imprenditori che ottenevano con particolare frequenza appalti dall’Arpac non solo avevano rapporti personali e di frequentazione con il Direttore generale, o con appartenenti alla medesima area politica e al medesimo sodalizio, ma erano essi stessi dello stesso partito. Così, ad esempio, l’appalto per la pre-selezione del personale era affidato ad un imprenditore che aveva cariche di rilievo a livello provinciale nell’organizzazione del partito politico in questione. Altri avevano il merito di essere i congiunti dell’imprenditore che aveva costruito l’abitazione privata dei vertici del sodalizio. Da tale momento per costoro scaturiva un’impetuosa carriera imprenditoriale che aveva i suoi sviluppi anche nei rapporti con l’Arpac con affidamento di appalti.

Altri imprenditori, risultati organici al sodalizio, acquistavano da altro indagato – che è risultato essere alto dirigente del partito e amministratore di fatto dell’Arpac – una quota di una villa in Sardegna nonostante la stessa risultasse sottoposta a sequestro per iniziativa della Corte dei Conti (causa un credito per danno erariale dell’importo di alcune decine di miliardi). Tutti costoro divenivano “imprenditori di riferimento” dell’Arpac e ottenevano incarichi ed appalti a getto continuo. In tale ambito investigativo risultavano, dunque, raccolti elementi di prova in ordine ai reati di turbativa d’asta, abusi d’ufficio, finanziamento illecito al partito, tentativi di truffa aggravata e truffe consumate in danno della Regione Campania, del Comune di Napoli e dell’Arpac.

In sintesi, appalti e incarichi venivano affidati fiduciariamente – o, comunque, eludendo e disapplicando le normative vigenti in materia di appalti pubblici – a soggetti privi di requisiti di legge ma in qualche modo legati al sodalizio. E così, attraverso un accordo, che si ritiene fraudolento, fra imprenditori-sodali e amministratori pubblici e attraverso la simulazione di una gara pubblica nella sostanza inesistente, veniva stipulato un accordo preliminare di vendita per l’acquisto della nuova sede napoletana dell’Arpac, che, con enorme sperpero di denaro pubblico (circa 20 milioni di euro) avrebbe dovuto insistere su di un suolo da bonificare di cui erano titolari gli imprenditori-amici. Grazie a “documentazione compiacente”, fornita dagli “amministratori amici”, gli imprenditori riuscivano ad indurre in errore funzionari del Comune di Napoli che rilasciava, indebitamente, un permesso a costruire a titolo gratuito che consentiva agli imprenditori un indebito risparmio di circa 700mila euro, connessi all’omesso versamento degli oneri di costruzione ed urbanizzazione. Solo un successivo intervento degli Uffici competenti della Regione Campania riusciva a sventare, attraverso il mancato inoltro dei necessari finanziamenti, la conclusione dell’affare.

Veniva poi evidenziata l’esistenza di gravissime irregolarità nell’aggiudicazione dell’appalto-concorso per la ristrutturazione degli uffici della sede dell’Arpac di Benevento. Anche questo appalto, come emerso dalle intercettazioni, appariva gestito solo formalmente dai pubblici ufficiali competenti, mentre in concreto vedeva come referente centrale il progettista beneventano che, congiunto dei vertici del partito, prima “pilotava” l’appalto e poi disponeva a suo piacimento delle varianti in corso d’opera e dei pagamenti dei lavori. Altra vicenda ha riguardato i rinnovi del contratto per la gestione dei sistemi informatici dell’Arpac. In sostanza, anziché procedere a regolare gara pubblica, si procedeva a rinnovare illegalmente, di volta in volta, l’appalto medesimo.

APPALTI PER “PHOTORED”. Ulteriore settore imprenditoriale che interessava il sodalizio era quello dell’installazione dei sistemi automatici di rilevamento delle infrazioni stradali. Emergeva che, in un primo tempo, i vertici dell’organizzazione “sponsorizzavano”, e ottenevano, la nomina di un nuovo comandante della Polizia Municipale di Benevento, orientato all’installazione di siffatti meccanismi. Successivamente questi aggiudicava l’appalto per l’istallazione dei cosiddetti “photored” ad una ditta casertana, che, a seguito di accurate indagini, risultava di fatto gestita, e comunque collegata a soggetti legati da rapporti d’affari a strettissimi congiunti dei vertici del sodalizio. In questo caso, grazie alla forte opposizione dell’Assessore competente, la Giunta non ratificava l’operato del Comandante.

LA PRESENZA DELLA CAMORRA. Sono inoltre emersi, e sono in via di ulteriore approfondimento, contatti fra esponenti casertani del sodalizio inquisito e esponenti di livello delle locali organizzazioni criminali, attraverso il quale i primi miravano ad acquisire consenso elettorale e varie altre utilità, i secondi futuri favori. Al momento, sotto il profilo della ricerca del consenso elettorale inquietanti collegamenti sono emersi fra un esponente casertano dell’Udeur (che nel corso delle elezioni regionali del 2005 ebbe una significativa affermazione elettorale, raccogliendo circa 12.000 preferenze) e il crimine organizzato della zona.

LA PORSCHE DEL FIGLIO DI MASTELLA. Da tali contatti scaturiva (oltre al cospicuo risultato elettorale suddetto) un probabile “regalo” da parte del consigliere regionale Nicola Ferraro per un familiare di un esponente del vertice del partito (sarebbe il figlio di Mastella, Pellegrino, ndr) cheavrebbe ottenuto la disponibilità una costosa Porsche Cayenne reperita dal titolare di autosalone di Marcianise (Caserta) legato al locale clan Belforte, attualmente detenuto per associazione a delinquere di stampo mafioso. Dalle indagini svolte non risultava alcuna traccia del pagamento della vettura. In serata Pellegrino Mastella, assistito dall’avvocato Urbano Del Balzo, ha precisato che “la vettura Porsche Cayenne è stata regolarmente acquistata, e quindi pagata, come da prova documentale, in mio possesso, che verrà prodotta nelle sedi competenti”. Il figlio dell’ex Guardasigilli, inoltre, precisa all’Adnkronos che “la Porsche nonè stata assolutamente oggetto di regalo da parte di chicchessia”, né di aver “mai conosciuto il titolare dell’autosalone di Marcianise”.

PUNIZIONI PER GLI “INFEDELI”. Tratto caratteristico del sodalizio era poi l’utilizzazione delle posizioni di potere acquisite non solo per ottenere illecitamente i suddetti vantaggi economici e politici, ma anche per procedere ad una sistematica opera di demolizione e boicottaggio dei soggetti che, a vario titolo, contrastavano l’attività dell’organizzazione. Dalle indagini è emerso, infatti, che, nella prospettiva del sodalizio, i Pubblici Ufficiali incardinati in strutture pubbliche considerate, usando il gergo degli stessi indagati, “postazioni” del partito avevano l’obbligo di essere fedeli prima al partito stesso e, poi, se e ove possibile, all’interesse pubblico e alla legge. Se avveniva – come fortunatamente talora è avvenuto – che i Pubblici Ufficiali in questione non sentissero il dovere di assecondare ogni “desiderata” dell’organizzazione, questi potevano essere oggetto di azioni intimidatorie, di rappresaglie varie che, talora, arrivavano all’aggressione alla vita professionale dell’“infedele”. Particolarmente significative, in proposito, vicende del tutto analoghe a quelle che avevano a suo tempo riguardato il direttore generale dell’Ospedale Civile Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta (Luigi Annunziata, ndr).

IL CASO DEL DG DEL “SANTOBONO”. Risultava, dopo alcune dichiarazioni rese da soggetti “ribellatisi” al “sistema”, che il direttore generale dell’ospedale Santobono di Napoli, nominato nel dicembre del 2005 (nella stessa tornata di nomine che aveva riguardato il Direttore generale di Caserta), era contrario a nominare primario di tale ospedale (per una precisa articolazione interna) un medico espressione della sua stessa area politica in quanto ritenuto privo di titoli idonei. Seguivano pressioni sul Dg da parte di consiglieri e assessori del partito (fra cui anche la solita interrogazione in sede di Consiglio Regionale, sottoscritta da buona parte del gruppo consiliare del partito in questione, nella quale, in modo del tutto pretestuoso, si contestava l’operato del Dg e si chiedevano chiarimenti all’assessore alla Sanità della Regione Campania).

INTIMIDAZIONI A EX SINDACO DI MORCONE (BENEVENTO). Emergevano, poi, intimidazioni nei confronti di un ex sindaco di Morcone (Ruggero Cataldi, ndr) a causa del mancato passaggio nelle file del partito politico in questione (passaggio vanamente richiesto dai vertici di quest’ultimo partito) e della mancata nomina di persona gradita al sodalizio alla presidenza del locale Ente Fiera. In tale contesto, si induceva un assessore della giunta comunale, che svolgeva l’attività di rappresentante farmaceutico, a dimettersi dalla carica attraverso la minaccia di influire negativamente sulle strutture pubbliche e private che fino a quel momento si servivano della sua attività professionale. Di più, nei confronti del predetto sindaco, risultavano intimidazioni trasversali. Ed, infatti, la moglie dell’esponente politico, professionista già responsabile del servizio di medicina legale dell’Asl beneventana, veniva, all’improvviso, fatta oggetto, dai vertici della stessa Asl di area, di ripetute contestazioni e, più complessivamente, di una vera e propria attività di mobbing, che si concludeva con le sue dimissioni di pubblica ospedaliera di Benevento.

INTIMIDAZIONI ALLA ASL BENEVENTO 1. Sempre nell’ambito della stessa Asl di Benevento 1 maturava una situazione intimidatoria nei confronti del responsabile del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Dalle indagini svolte risultava che il sodalizio addebitava a tale responsabile numerose “colpe”, in primo luogo quella di aver offuscando l’immagine della dirigenza di area dell’Asl beneventana – le assai precarie condizioni igienico sanitario in cui versava il reparto da lui gestito. I contrasti culminavano con l’esautorazione del medico dal suo incarico di primario e dalla conseguente retrocessione dello stesso ad addetto al servizio. Misura – poi rimossa dalla Magistratura del lavoro – che veniva attuata attraverso l’applicazione, che si ritiene strumentale, di una norma regionale che prevedeva la “rotazione” del personale. Successivamente, dopo la “riappacificazione”, sorgeva un nuovo contrasto tra vertici del partito e il sanitario, divenuto assessore alla viabilità del Comune di Benevento, proprio in riferimento alla citata vicenda dei photored. A seguito di ciò veniva avviata dai vertici dell’Asl beneventana una nuova strumentale procedura destinata a determinare il licenziamento del responsabile.

da TV LUNA

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