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Strage Castel Volturno, solo migranti e qualche volontario a commemorazione

Un'immagine della strage dei migrantiCASTEL VOLTURNO. Un anno fa sei ghanesi vennero ammazzati a Castel Volturno. 130 colpi di kalashnikov contro sei migranti che non erano coinvolti in nessuna attività criminosa.

Un atto terroristico, riconosciuto come strage razzista, che non aveva avuto fino ad allora precedenti per ferocia e determinazione nella storia degli agguati di camorra. Dopo la strage arrivò l’esercito, i boss furono arrestati, «ma nessuna politica di integrazione è stata mai intrapresa», spiega Mimma, volontaria dell’Ex Canapificio. (A un anno dalla strage proponiamo un’ intervista a Mimma, volontaria dell’ Ex Canapificio).

A Castel Volturno la memoria non è un patrimonio condiviso. Nemmeno nel dolore di un anno passato dalla strage di San Gennaro. Allora morirono sei migranti, furono ammazzati al chilometro 43 della Domitiana da una raffica di proiettili. Il commando di Giuseppe Setola doveva dare un segnale ben preciso: spiegare alla comunità di migranti che non erano più cosa gradita a Castel Volturno. Setola è incriminato adesso di strage razzista, forse la dicitura di strage terroristica sarebbe più appropriata considerato che ne sono stati ammazzati sei per colpirne venticinquemila. Oggi a Castel Volturno i neri superstiti ricordano i neri ammazzati. Nel silenzio, «nell’amarezza di rivedere i giornalisti a un anno dalla strage, ma nel non averli visti per un anno intero», spiega Mimma dell’Ex Canapificio, una delle associazioni che lavora per l’integrazione e che, con i migranti, ricorda la strage.

«Oggi, nel commemorare le sei vittime innocenti abbiamo rivolto delle domande al ministro Maroni che nel pomeriggio sarà a Caserta», spiega Mimma all’AMI, «i boss sono stati catturati e incriminati, ma ci chiediamo come tutelare e a dare sicurezza a queste persone se non gli si riconoscono i diritti». Mimma fa riferimento alla sanatoria in atto che premia colf e badanti ma abbandona «chi fa il bracciante agricolo, chi sta vicino alle bufale, chi lavora in pizzeria o chi fa il muratore».

Su Castel Vulturno l’impegno di una riqualificazione allo scempio da don Vincenzo Coppola degli anni sessanta e settanta. Si tornerà ad edificare, verrà un nuovo porto, e nello sviluppo immaginato i migranti non sono probabilmente una risorsa. Un anno fa le sventagliate di kalashnikov, mitragliette e pistole, contro sei ghanesi. Furono sparati centrotrenta colpi. Poi arrivò l’esercito, e qualche incursione delle forze dell’ordine nelle palazzine abitate dai migranti.

Tra due mesi comincerà il processo contro Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia, Davide Granato, Antonio Alluce, tutti coinvolti nella strage. Ma il processo di integrazione, di sviluppo condiviso, ancora non è partito. Oggi a commemorare la strage dei migranti sono solo i migranti, con qualche volontario, come Mimma; con qualche autorità, ma tutto troppo poco per dire che si tratta di società civile. Il dolore, oggi, a Castel Volturno, non è condiviso.

Alessandro Di Rienzo (www.agenziami.it)

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