Italia

Ddl intercettazioni, si della Camera. Tre consiglieri del Csm si dimettono

 ROMA. Con 318 sì, 224 no e un solo astenuto, la Camera dei Deputati ha votato a favore del ddl sulle intercettazioni.

Il provvedimento, che ora passerà al vaglio del Senato, ha provocato non poche polemiche partendo dal fatto che la votazione finale si è tenuta a scrutinio segreto. Alla lettura dell’esito della votazione, da parte del presidente della Camera Gianfranco Fini, alcuni deputati dell’Idv hanno urlato frasi del tipo: “Libertà di informazione cancellata”, “Vergogna”, “Oggi è morta la libertà di informazione uccisa dall’arroganza del potere” e “Pdl: protegge i delinquenti e ladri”.

Il ministro Angelino Alfano ha espresso la propria soddisfazione per l’esito del voto: “Abbiamo preso 20 in più dei nostri. Il voto segreto ci ha premiato, visto che nel computo dei voti a favore ci sono 20 voti in più rispetto a quelli della maggioranza. Significa che circa il 20% dell’opposizione condivide le nostre tesi. Ora chiederemo una rapida lettura da parte del Senato – ha concluso -. Crediamo di aver prodotto un testo che dopo un anno di lavoro ha raggiunto un punto di equilibrio ragguardevole tra la tutela della privacy e delle indagini, l’articolo 15 e l’articolo 21 della Costituzione”.

Intanto, nel pomeriggio, tre consiglieri del Csm, Giuseppe Maria Berruti, Ezia Maccora e Vincenzo Siniscalchi, hanno presentato al Comitato di presidenza, perché le comunichi al capo dello Stato, le loro dimissioni dalla Commissione per gli incarichi direttivi, di cui sono stati presidenti: un gesto in polemica con le dichiarazioni del ministro della Giustizia Angelino Alfano che, in un’intervista andata in onda ieri al Tg2, ha parlato di nomine lottizzate ai vertici degli uffici giudiziari e di un planning, cioè di una spartizione sistematica. Nella lettera, a quanto si è appreso, i consiglieri esprimono allarme per il livello dello scontro tra magistratura e politica, visto che il ministro li ha accusati di condotte illecite.

“Mi sto battendo per evitare che i vertici degli uffici giudiziari, e cioè i procuratori e i presidenti di Tribunale vengano lottizzati. – aveva detto il ministro Alfano- Cioé non è possibile che si faccia un planning, all’interno del quale si dica: a questa corrente spetta questa procura, a quest’altra corrente, siccome non ha avuto un procuratore, spettano due procuratori aggiunti da un’altra parte. Questi sono meccanismi che oramai sono rifiutati anche in politica. Penso che, invece, a guidare le procure debbano andare i migliori, senza bisogno di controllare prima di mandarli a guidare un ufficio giudiziario qual è lo spillino della corrente che hanno affisso sulla giacca”.

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