Campania

Smaltimento illecito di rifiuti e riciclaggio: operazione contro clan Belforte

 CASERTA. I carabinieri del Noe di Caserta, insieme alla Guardia di Finanza, hanno eseguito cinque ordinanze di custodia cautelare e numerosi sequestri di aziende e beni per associazione mafiosa contro il clan Belforte di Marcianise.

Le accuse sono di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, smaltimento illecito di rifiuti e riciclaggio di capitali illeciti provento dell’attività di traffico di rifiuti.

L’operazione, denominata “Giudizio finale”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, vede anche 40 persone indagate.

All’inizio del 2007, nell’ambito dell’inchiesta coordinata dai magistrati della Dda di Napoli, Ribera, Falcone e Conso, i carabinieri del comando per la tutela dell’ambiente di Napoli e Roma raccolsero elementi investigativi che inducevano a ritenere che gran parte dei rifiuti speciali prodotti nella provincia di Caserta erano di fatto gestiti dalla criminalità organizzata, in particolare dal clan dei Belforte, facente capo ai fratelli Domenico e Salvatore Belforte, storicamente contrapposti al clan dei Casalesi nel controllo dell’area tra Caserta, Marcianise e San Nicola la Strada.

Dopo circa tre mesi, nell’ambito dell’operazione “Pronto Soccorso”, vi fu un primo sviluppo delle indagini che portò al fermo di quattro persone, tra le quali il figlio del capoclan dei Belforte, per i reati di violenza e minaccia nonché falsità ideologica in atti pubblici e corruzione in atti giudiziari, con il fine di ottenere falsa documentazione medica da utilizzare per la scarcerazione della moglie del capoclan Domenico Belforte, Maria Buttone.

Il 20 e 21 ottobre del 2008, durante l’operazione “Pizzo sul Pizzo”, i Noe e la Guardia di Finanza di Marcianise traevano in arresto cinque persone ritenute affiliate ai Belforte, che avevano posto in essere un’attività estorsiva ai danni di un titolare di impianto di recupero rifiuti ubicato a Caserta.

Dopo circa un mese e mezzo, il 4 dicembre, durante l’operazione “Scacco al re”, altri due soggetti riconducibili al clan marcianisano furono arrestati per un’attività estorsiva posta in essere ai danni di un ulteriore titolare di impianto di recupero rifiuti, situato sempre nella provincia di Caserta.

Tutti gli elementi investigativi raccolti fino ad oggi sono confluiti, lo scorso marzo, in un’annotazione conclusiva dei Noe e della Guardia di Finanza, con il deferimento di 43 persone (accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo camorristico, concorso esterno in associazione mafiosa, ricettazione, riciclaggio, reimpiego di denaro finalizzato all’attribuzione fittizia di beni mobili ed immobili di fatto riconducibili al clan) e all’emissione, da parte del gip di Napoli Alessandro Buccino, di cinque ordinanze di custodia cautelare e di sequestro di beni immobili (abitazioni, impianti industriali, etc.) e conti correnti bancari, auto di lusso e altro ancora, per un valore complessivo di circa 45 milioni di euro.

Gli arrestati sono responsabili, a vario titolo, con il fratelli Domenico e Salvatore Belforte e altri in corso di identificazione, di associazione di tipo camorristico operante prevalentemente nella provincia di Caserta tesa ad acquisire in modo diretto il controllo del territorio, con la commissione di delitti contro la persona, contro il patrimonio, di traffico illecito di rifiuti e di falsificazioni di documenti di trasporto dei rifiuti ed infine di riciclaggio e di reimpiego di capitali di provenienza illecita.

L’operazione “Giudizio Finale” rappresenta un vero e proprio traguardo investigativo in quanto è la prima volta che si dimostra giudiziariamente la gestione diretta da parte della camorra di società operanti nel settore dei rifiuti per mezzo delle quali si riciclavano capitali del clan proprio nel settore dei rifiuti. Tra queste società la Sem, direttamente controllata dal clan Belforte. In tali società venivano convogliati i proventi delle attività illecite del clan, quali il traffico di droga ed i ricavi delle estorsioni e dell’usura, e venivano utilizzati per operare nel delicato settore della gestione dei rifiuti, in precedenza gestito da imprese del Nord.

I mezzi con cui le società camorristiche ottenevano la supremazia del mercato erano molteplici: le società camorristiche, sfruttando il totale controllo del territorio grazie alla operatività “militare” del clan di appartenenza, avevano grosse disponibilità di denaro da utilizzare per le attività imprenditoriali tanto da assumere una vera e propria posizione monopolistica nel settore dell’intermediazione dei rifiuti.

La società Sem aveva la capacità di legarsi ad analoghe società riferibili ad altri gruppi camorristici operanti nel medesimo settore dei rifiuti anche grazie ad “alleanze” criminali. La Sem, inoltre, otteneva appalti pubblici anche grazie alla compiacenza di pubblici funzionari anche in assenza delle necessarie iscrizioni: è il caso degli appalti per le bonifiche degli alvei effettuate dalla Recam. Il danno per l’Ente pubblico è enorme: di qui la contestazione anche del reato di truffa aggravata.

L’attività di indagine si è focalizzata sull’analisi del settore dei rifiuti ed ha consentito di appurare che il clan Belforte ha assunto, anche in tale ambito ed accanto ai settori “tradizionali” di operatività del clan camorristico, una posizione dominante. L’organizzazione camorristica ha articolato le proprie attività mediante quattro distinti ambiti operativi, e più precisamente mediante: l’apparente intermediazione dello smaltimento dei rifiuti svolta dalle società Cepi ed Ecomediterranea; infatti, il clan camorristico impone alle piccole e medie attività artigianali di avvalersi, per lo smaltimento dei rifiuti prodotti, di impianti individuati per loro conto dalla Cepi e dalla Ecomediterranea, ovvero società di intermediazione di rifiuti direttamente controllate dal clan Belforte; la predisposizione di una filiera di società senza alcuna struttura impiantistica (cosiddetta “società cartiere”) per essere utilizzate, da parte del clan Belforte, esclusivamente per operare “giri” di fatture false onde dissimulare gli ingenti e soprattutto ingiusti profitti derivanti anche dal traffico organizzato illecito dei rifiuti; sono le società Sama s.a.s, Nico s.a.s, Waste Service srl; la predisposizione di una filiera di società dotate di impiantistica per le attività di recupero/smaltimento dei rifiuti: Ecopartenope s.r.l, Sem s.p.a, Enertrade s.r.l, Biocom s.a.s; l’imposizione del pagamento di somme a titolo di estorsione nei confronti delle ditte operanti nel settore della gestione dei rifiuti, dislocate sul territorio di propria pertinenza (si ricordano le operazioni “Pizzo sul pizzo” e “Scacco al Re” aventi ad oggetto le estorsioni effettuate ai danni degli imprenditori operanti nel casertano Ricci della Ecorec s.r.l. e Iavazzi della Impresud srl).

Il riscontro dell’anormalità dei flussi economici di queste società è dato dagli esiti degli accertamenti effettuati mediante le dettagliate analisi dei bilanci (laddove presentati) ed i riscontri dei flussi bancari. Infatti, si è appurato che molte società hanno ricevuto enormi finanziamenti in contanti (talvolta per milioni di euro) da parte dei soci oppure mediante bonifici bancari: è la classica tecnica del riciclaggio. La Sem, ad esempio, ha avuto iniezioni di denaro liquido a titolo di finanziamento soci e versamenti in contanti per circa 10 milioni di euro nell’arco di un quinquennio con contestuali prelievi in contanti e fatturazioni false in modo da far ritornare il denaro “ripulito” nella disponibilità del clan.

Sono state accertate anche ulteriori cointeressenze tra i clan camorristici operanti nel casertano con le aziende operanti nel settore dei rifiuti e le loro diramazioni in altre regioni, come nel Lazio, dove sono stati operati significativi sequestri di società e di immobili riconducibili al clan Belforte.

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