Casal di Principe - San Cipriano - Casapesenna

Lettera ad un casalese mai nato

Emilio LanfrancoCASAL DI PRINCIPE. Oggi avresti avuto ventisette anni. Il nome da darti non era ancora stato scelto. C’era tempo per pensare a quale fosse più bello per te. Ma non è stato così.

Saresti stato un altro figlio di questa terra : per questo motivo voglio chiamarti semplicemente Casalese.
Non so se sarà stata la volontà di Dio, il destino, il Caso o qualche altra cosa, a tenerti lontano dal mondo, a trasportarti in quello che ancora non conosciamo e che per noi dovrebbe venire (per chi è credente ovviamente).
Mi ritorni in mente mentre guardo questa città ferita, militarizzata, che si indigna e che subisce, che vive l’eterno dramma dell’essere o non essere una città normale.
Provo ad immaginare la tua vita, quella che non è stata, e di come sarebbe potuta essere in questa città.
Sai, mio caro Casalese, in questo periodo non saresti stato felice.
Avresti visto una città, già a pezzi per conto suo, terra di contraddizioni esasperate, in pasto a tutto quello che c’è di mediatico.
Specchio di malaffare e di camorra, di bontà umana e di ferocia, divorata dal di dentro e dal di fuori, bevuta come fosse un bicchier d’acqua da quelli che sono assetati di sangue e calpestata da chi la circonda, che spesso non sa di cosa parla.
Provo a immaginare la tua vita: le strade che avresti potuto prendere una volta nato qui, in questa landa desolata, terra di nessuno e di tutti, la vita che sarebbe cominciata anche per te.
Gli anni dell’infanzia sarebbero stati abbastanza felici, avresti avuto la tua bicicletta ed avresti potuto scorazzare libero, non curandoti di ciò che avveniva intorno a te: i morti, il cemento che cresceva sempre più, la paura della gente perbene, i pianti, le sirene, gli arresti, i rifiuti tossici scaricati nel sottosuolo, le speranze spesso disattese.
Non ti avrebbero scalfito queste cose.
Avresti pedalato e rincorso un pallone nel tuo cortile, libero ed inconsapevole di crescere in quella che sarà chiamata, tanti anni dopo, “Gomorra”, a torto o a ragione.
Con la scuola che ti avrebbe dato i primi strumenti per comprendere la vita, per capire il senso delle cose attorno a te e su cui avresti iniziato a porti semplici domande, che molto spesso avrebbero fatto tenerezza.
Le tabelline sarebbero sembrate così difficili ma così importanti. Avresti guardato le tue mani e avresti fantasticato sui numeri partendo dalle tue dita.
Poi saresti cresciuto, avresti iniziato a porti sempre più domande, mentre il mondo intorno a te girava.
Questo avrebbe generato in te, allo stesso tempo, paura e gioia, voglia di creare qualcosa di nuovo e di buono, misto alla paura di sbagliare.
Avresti iniziato a frequentare queste piazze, o per meglio dire questi “marciapiedi”, e ti saresti accorto che non avevi dove andare, perché non vedevi nessun luogo di ritrovo, nessun centro di aggregazione, nessun punto dove poter pensare, discutere e poter crescere insieme con gli altri.
Solo bar e cemento.
Auto, moto, caos, bar e cemento, neppure una bicicletta (perché ti avrebbero spiegato che quella “la portano gli sfigati, i neri ed i marocchini”).
Le impennate con la moto, rigorosamente senza casco, ti sarebbero sembrate assurde e pericolose eppure ne avresti viste tante.
“E se cade con la testa a terra?” ti saresti chiesto. “No, non cade” ti avrebbe detto qualcuno, “ci sap’ fa’” (ci sa fare).
Ed ecco quindi attorno a te il mondo che sarebbe iniziato a girare sul serio : le risate grasse ed i commenti nei bar, gli scherzi agli amici, e tanto altro avrebbero colorato le tue giornate.
Il tuo primo piaggio SI ti avrebbe fatto sentire padrone del mondo : nemmeno tu avresti portato il casco, ma solo perché, per il contesto culturale, a volte sbagliato, che ti circondava, non ne avresti capito il senso.
Avresti iniziato a sviluppare in te quel senso di contraddizione che vive questo paese : eccoti qui a contatto per la prima volta con la triste realtà di questa terra.
Avresti potuto scegliere l’una o l’altra strada, ma provo ad immaginarle entrambe.
Avresti potuto incontrare chi si atteggia, che non paga a nessuno e si fa rispettare. “ Perché non mi fai compagnia? devo andare a fare un servizio urgente” E tu avresti potuto chiederti che c’è di male. “Sabato sera andiamo ad una discoteca, vuoi venire?: non ti preoccupare per i soldi, noi non paghiamo a nessuno anzi sono gli altri che ci pagano per stare tranquilli”.
Di soldi ne avresti visti tanti ed avresti anche tu partecipato al divertimento effimero di qualche ora, magari senza chiederti come fosse stato possibile.
“Ti piace quel cappotto e quella maglia? Vai là non ti preoccupare : vai a nome mio e non ti preoccupare, noi non paghiamo a nisciuno”.
E ti saresti chiesto : in fondo che male c’è, sarà uno che conosce e che gli deve qualche cortesia.
Poi sarebbero arrivate le prime bravate e le prime prove di coraggio. I primi reati.
In fondo che male c’è, stiamo nel gruppo, noi non paghiamo a nisciuno, siamo forti, litighiamo e rompiamo la testa a tutti; a volte sarebbe bastato solo dire “song ‘i Casale” per dare un triste e velato avvertimento di come sarebbe potuta finire la cosa.
In fondo che male c’è andare fuori e farsi rispettare.
E non ti saresti accorto che il baratro si sarebbe aperto davanti ai tuoi piedi: questa sarebbe stata una parte della “bella vita”, ma non tutta la vita. Perché quel senso di onnipotenza ti avrebbe portato poi a percorrere strade sbagliate (molte volte battute da chi si era sentito come te) e che non portano da nessuna parte.
Avresti potuto maneggiare soldi facili, ma quale sarebbe stata la contropartita?
A prezzo di faide e guerre di camorra, di latitanze e di sangue versato senza motivo, di paure; non avresti mai potuto godere della felicità di veder crescere i tuoi figli secondo quello che è il naturale ciclo della vita.
Rincorso e braccato da chi ti avrebbe odiato perché appartenente ad un clan avverso (e con l’intento di eliminarti fisicamente) o rincorso e braccato dalle forze dell’ordine, che ti avrebbero voluto rinchiudere in una stanza di cemento freddo, come sono le stanze del 41 bis.
Ecco, questa sarebbe potuto essere una prima strada.
Provo ad immaginare invece anche un’altra strada per te.
Saresti potuto essere una persona onesta con tanta voglia di cambiare questo paese, cercando, giorno per giorno, di renderlo più civile e più bello di com’è.
Saresti potuto crescere lo stesso su questi “marciapiedi” ma cercando di aggregarti a quelli che non fanno male a nessuno.
Nelle parrocchie e nelle associazioni di volontariato.
Aiutare, insomma, questo paese ad alzarsi da terra, cercando anche di venire incontro a chi sta in difficoltà , tenendoti per mano con i tuoi amici ed i tuoi fratelli.
Quella voglia di cambiamento ti avrebbe guidato per tanti anni, sarebbe stato l’unico motore della tua vita sociale.
Avresti cercato di crescere culturalmente, magari interessandoti di libri, di politica, di mostre, di musica e tanto altro, per cercare di dare un’immagine diversa di questo posto.
Ma avresti visto anche come, molte volte, l’opinione pubblica tratta il tuo paese, la tua terra.
Mescolando al veleno portato e seppellito qui da mani ignobili, l’ipocrisia tutta italiana di dare aiuto a parole ma mai con i fatti.
In fondo chi se ne sarebbe fregato se nella tua Casale dieci, cento,mille giovani o mille famiglie potevano essere persone perbene, grandi lavoratori, e con il desiderio e la speranza di uscire dal pantano in cui si trovavano?
Saresti stato, al di là di questa provincia (e molto spesso anche in essa), sempre e comunque un figlio maledetto di questa terra, guardato a vista e trattato da appestato.
Nell’ottica di chi sente perbenista, avresti potuto essere (chi lo sa) un altro camorrista, figlio, parente o conoscente di camorrista, uno con la pistola facile, uno che alla comunione aveva avuto in regalo una pistola.
Senza poter spiegare che nemmeno sapevi come poteva essere fatta una pistola o che le responsabilità di alcuni non possono e non devono ricadere su tutti gli altri.
Ad un colloquio di lavoro, magari per qualche grossa azienda, ti avrebbero fatto intendere che nonostante tutti i requisiti giusti, (cerca di capire!) un figlio di questa terra non potrebbe fare quel lavoro, insomma avresti potuto essere incline al malaffare, perché sulla carta d’identità c’è quel marchio “residenza Casal di Principe”.
È come se, solo per il fatto di aver avuto la sfortuna di nascere qui, tu avessi un senso di rispetto e di legalità inferiore a chi abita invece a Rovigo e a Padova o a Milano.
E questo ti avrebbe fatto sentire ancora più solo e scoraggiato.
Allo stesso tempo saresti stato sia circondato dai tuoi carnefici che tenuto a debita distanza da chi ha visto e sentito alla TV che lì sono tutti camorristi, sono casalesi e basta, una razza maledetta insomma.
Senza poter spiegare a nessuno che spesso chi sceglie la strada della camorra ha sempre un nome e cognome e non può avere mai quello di un popolo.
Questa realtà non va solo fotografata da chi si sente reporter per un giorno in terra di camorra , perché con le foto e le immagini si danno solo dei volti, in quel momento ed in quel posto, ma non si riesce a cogliere appieno la realtà.
Questa terra va invece annusata ed osservata, per poter capire che di mele marce ce ne sono tante ma altrettante sono buone.
Ecco amico mio, Casalese mai nato, le contraddizioni di questa terra.
A te che non sei mai nato, la fortuna di non aver dovuto subire tutto questo.
Voglio solo immaginare e sperare che nell’aldilà, dove tu ti trovi adesso, quando un giorno ci ritorneremo anche noi , non chiedano da dove vieni ma solo cosa hai fatto nella tua vita.
E se da lassù vorrai dare ogni tanto un’occhiata su questa terra, troverai tanta gente, che non fa notizia, sempre dalla stessa parte: in quella laboriosa, solidale, onesta e civile.
Quella parte insomma che non si arrende alle angherie che quotidianamente subisce, ma s’impegna invece, anche con piccolissimi gesti quotidiani, a cambiare questa terra di nessuno.
Emilio Lanfranco (segretario Pd Casal di Principe)

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