Castel Volturno - Cancello ed Arnone

Droga, pomodori e t-shirt

ImmigratoCASTEL VOLTURNO. Li trovi nei cantieri edili, nelle aziende bufaline, a dare il foraggio o a raccogliere il latte che viene trasformato. O nelle piccole fabbrichette che sanno di cinese, scantinati o locali dove mani esperte producono colori e tessuti di casa propria.

Sartorie come quella tra Castel Volturno e Giugliano, dove si è consumata la mattanza dell’altro giorno. O ancora nei loro «bancarielli» sulla Domiziana, a vendere prodotti alimentari che arrivano da lontano. Vivono, animano queste strade anche se sono in gran parte non regolari. Fantasmi nel lavoro regolare, perché sono in nero, ma anche quando trafficano in droga e prostituzione. Non dormono più dove capita, sotto un ponte o in una baracca di altri tempi.

Adesso vivono negli appartamenti, quelli dei bianchi che ritirarono il pigione, un regolare affitto mensile. Gli stessi appartamenti occupati a suo tempo dagli sfollati napoletani o irpini del terremoto del 1980. Oggi Castel Volturno e il litorale domizio, Villa Literno o Casal di Principe, Cancello Arnone o Grazzanise sono città multietniche. Lande disperate di violenza e degrado, di eserciti che presidiano i rispettivi territori. Enclaves di etnie diverse. Erano gli anni ‘80, quelli maledetti delle opere della ricostruzione del post terremoto dell’Irpinia che hanno ingrassato la camorra, con le bonifiche e gli assi viari. E loro, i clandestini, soprattutto nigeriani, congolesi, senegalesi, iniziavano ad occupare la «rotonda degli schiavi», a Villa Literno. Loro che fino all’estate vivevano a Roma o a Firenze.

Ed è lì, sulla «rotonda degli schiavi » che venivano assoldati dai caporali che li portavano a raccogliere l’«oro rosso», i pomodori. Vivevano nelle baracche, nei manufatti di cemento, tra piloni e mattoni, nei vagoni ferroviari. Erano i primi «esploratori» di quell’esercito di disperati che sarebbe arrivato poi. Spesso tra questi braccianti trovavi studenti o laureati, figure religiose o semplici ragazzi in cerca di futuro. Ma la loro presenza creava tensioni nel mercato del lavoro anche allora. Ci fu il morto, la prima vittima del popolo degli immigrati in Italia. Si chiamava Jerry Maslo, era un sudafricano rifugiato, ucciso dalla violenza «bianca» una notte a Villa Literno. Era il 1989. E da allora iniziò l’emigrazione interna.

I «braccianti» abbandonarono Villa Literno per approdare a Cerignola la rossa, la città di Giuseppe Di Vittorio, che intanto era diventata nera, con il fratello di Giuseppe Tatarella sindaco. In quegli anni, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, era arrivata anche la malacarne nera. I nigeriani che organizzarono i traffici di droga: gli «ovulatori», i corrieri che inghiottivano ovuli di «polvere bianca» da espellere, una volta a Napoli (ma probabilmente anche a Caserta) consegnavano la merce ai loro referenti. Spesso la rete di spacciatori si scontrava o si integrava con quella dei maghrebini. Occorreva regolare i flussi, organizzare i traffici, garantire la protezione. E con la camorra, a fasi alterne, fu trovato l’accordo. E poi c’era la prostituzione nera, nigeriana.

Le ragazze occupavano la Domiziana anche la mattina. Secondo diversi spunti investigativi, la camorra prendeva una percentuale come fitto dell’occupazione del suolo. Non è che la comunità «bianca» li guardasse in cagnesco. Non erano solo gli extracomunitari neri i portatori di «illegalità ». Loro, semmai, pur essendo clandestini, svelavano al mondo il degrado e la violenza che impregnavano quei territori «bianchi». Trent’anni dopo i primi esploratori della «rotonda degli schiavi», questa terra è profondamente cambiata. Anche dal punto di vista del paesaggio. Secondo l’Istat, a Castel Volturno la comunità «straniera» rappresenta il 10% della popolazione, insomma sarebbe composta da 1.500 persone su 15.000 abitanti.

Ma mai come in questo caso i numeri non valgono nulla. Secondo stime realistiche, gli stranieri (tra regolari e irregolari) sono il triplo, circa 5.000. Ed è una popolazione che d’estate si moltiplica all’infinito. Lavorano, naturalmente, ai margini della legalità, perché al «nero» quando vengono assunti nei cantieri edili o nelle aziende bufaline, o perché sono impegnati in attività criminali, dallo spaccio alla prostituzione. Sono soprattutto nigeriani, ghanesi e liberiani sul litorale domizio, nelle campagne dell’entroterra, invece, si trovano gli indiani, vengono dall’Est o dal Maghreb nell’Aversano. La mattanza dell’altro giorno, racconta dei conflitti tra i diversi eserciti in guerra. Gli «scoppiati » dei Casalesi hanno voluto riaffermare la loro autorità. Perché, evidentemente, l’avevano persa. Un mese fa, ci avevano già provato con un gruppo ribelle di 5 nigeriani. Ma l’agguato fallì. L’altro giorno a soccombere sono stati ghanesi, liberiani e cittadini del Togo.

LA STAMPA (GUIDO RUOTOLO)

You must be logged in to post a comment Login

I più letti

Condividi con un amico