Esteri

Miserie dei piccoli Stati: come nasce la guerra in Ossezia

 Anni fa un libro dello storico ungherese Istvàn Bibò, Miseria dei piccoli stati dell’Europa Orientale, sottolineava il pericolo rappresentato dai nuovi assetti post-sovietici per la pace, essendo eterogenei nella propria composizione etnico-nazionale e animati da grandi sogni di potenza.

Questa premessa è necessaria per capire cosa è accaduto (e accade) nel Caucaso, dove la guerra è tornata a manifestarsi violentemente con la questione osseta, dimenticata e pacificata in qualche modo da un po’, e riesplosa drammaticamente la scorsa settimana, ma in realtà agitata già dal tempo della “rivoluzione delle rose” del 2003, che vide l’ascesa di Mikheil Saakashvili alla presidenza della Georgia.

Un po’ di storia dei rapporti tra osseti, russi e georgiani

La complessità etno-linguistica del Caucaso era già nota agli antichi: Erodoto scriveva nel V secolo a. C. dei molti popoli abitanti la regione, e Strabone nella sua Geografia scritta all’inizio dell’era cristiana riportò le stesse osservazioni. La Georgia come entità autonoma risale addirittura all’epoca della conversione al cristianesimo, avvenuta nel 326. Attorno al IX secolo lo splendore della civiltà georgiana raggiunse il suo apice sotto il regno di Tamara, poi venne travolta dalle orde dei mongoli nel 1220. Gli osseti hanno origini antichissime, di discendenza iranica, sono insediati nel Caucaso da millenni e sono stati oggetto di studio antropologico per la loro fedeltà alle antiche memorie dei popoli iranici, così come per il legame con la Russia (infatti l’Ossezia del Nord è parte costituente della Federazione Russa). Gli avi degli osseti furono gli alani, che assieme ai vandali invasero l’Impero Romano all’inizio del V secolo. La Russia entra nello scacchiere caucasico nel 1722 con la spedizione caspica di Pietro il Grande, appoggiata da georgiani ed armeni, unici popoli cristiani all’interno di comunità islamiche e dominati dagli ottomani e dai persiani. Il progetto però di creare uno stato armeno-georgiano alleato dell’Impero Russo fallì, così come la spedizione petrina, e Pietroburgo tornò ad interessarsi della Georgia solo con l’ascesa al trono di Caterina II, che tra il 1773 e il 1783 stabilì il protettorato russo sul paese transcaucasico, per poi essere annesso nel 1800. A differenza di altre situazioni, il dominio zarista sulla Georgia inizialmente rispettò l’autonomia, grazie anche alla comune religione ortodossa, solo dalla fine del XIX secolo la politica russa provò a ostacolare la riscoperta della cultura locale con misure russificatrici che però non riuscirono a ottenere grandi risultati. La condivisione della stessa religione,e la vicinanza e la mescolanza di usi e costumi, era la prassi tra osseti,georgiani e russi: non si sono mai registrati casi di ostilità come quelli tra russi e i popoli montanari del Caucaso (tra cui i ceceni), che sono stati il leit-motiv degli ultimi tre secoli. La rivoluzione d’ottobre del 1917 vide le prime tensioni tra georgiani e osseti: la proclamazione della Repubblica Democratica di Georgia, governata dai menscevichi e sotto il protettorato tedesco, si scontrò con la richiesta di autonomia e di giustizia sociale degli osseti, a maggioranza bolscevichi. Si ebbero ben 7000 vittime tra gli osseti, e prime prove tecniche di pulizia etnica, con altri 20.000 osseti costretti a trovare rifugio nella Russia sovietica, tra il 6 e l’8% della popolazione venne sterminato. Anche tra abkhazi e georgiani ci furono scontri violenti, dovuti all’idea della Georgia una e indivisibile. Il nuovo assetto sovietico riuscì però a preservare la pace e a sotterrare l’ostilità osseto-georgiana, con la creazione della regione autonoma dell’Ossezia meridionale all’interno della Georgia.

La nascita del conflitto osseto-georgiano

Bush con il presidente georgiano SaakashviliIl crollo dell’Urss vide l’ascesa al potere in Georgia di Zvad Gamsakhurdia, nazionalista incarcerato in epoca sovietica per istigazione all’odio nazionale. Nel breve periodo di governo, Gamsakhurdia intraprese una politica micro-imperiale contro le minoranze etniche, arrestando il leader del parlamento dell’Ossezia, abolendo l’autonomia federale e assediando le regioni dissidenti. Questo portò alla guerra tra il 1991 e il 1992, terminata solo grazie al rovesciamento di Gamsakhurdia e all’entrata delle forze di peace-keeping russe nei territori osseto e abkhazo. Gamsakhurdia, violentemente russofobo, si rifugiò presso i separatisti ceceni, e provò a tornare in Georgia nel 1993, scatenando un’altra guerra, dove trovò la morte. Il lungo governo di Edvard Shevarnadze riuscì a “congelare” i conflitti in Abkhazia ed Ossezia, ma le crescenti proteste contro la corruzione e i cospicui finanziamenti americani dati a Saakashvili (ex pupillo del vecchio presidente) riuscirono a ribaltare la situazione. Mikheil Saakashvili si è formato a metà anni 90 negli Usa, intrattenendo ottimi rapporti con i circoli neo-con americani e con la George Soros Foundation. Questi legami gli sono serviti a creare le condizioni per la “rivoluzione delle rose” del 2003, con il motto “riprendiamoci la Georgia”, vera e propria promessa di guerra alle minoranze etniche. Stranamente, come ha notato lo studioso Aldo Ferrari, di fronte al 97,5% ottenuto da Saakashvili alle elezioni del 4 gennaio 2004 la comunità internazionale non ha avuto nulla da obiettare. Il governo del pupillo di Washington non è stato esente da macchie, anzi: assassinii di oppositori e arresti (è il caso del miliardario Badri Patarkatsishvili,morto in circostanze misteriose nell’esilio londinese, e dell’ex ministro Irakli Okruashvili, arrestato appena ha denunciato le manovre di Saakashvili),proteste di piazza che hanno costretto il giovane presidente alle dimissioni per poi ripresentarsi alle elezioni di quest’anno, vincendole con il 52,2% e tanto odor di brogli, come ha sottolineato l’Osce. Tutto questo è ampiamente ignorato dalla stampa italiana, che fa di Saakashvili la figura di un martire della libertà, sicuramente non di quella altrui ma della propria!

La guerra scatenata da Tbilisi in Ossezia voleva servire a forzare la mano in quel frangente, calcolando l’appoggio americano e dell’Unione Europea alla Georgia. Vediamo come queste provocazioni, dopo la ritirata russa, continuino: ieri Saakashvili ha ribadito la volontà di vincere e combattere sino all’ultimo uomo,approfittando della crisi per introdurre la legge marziale e far scomparire gli oppositori. Nel frattempo, mentre Tbilisi parla di azioni di pulizia etnica, esistono prove di come le truppe di Saakshvili abbiano svolto crimini tali da portare alla fuga di 30.000 osseti verso la Russia, e di circa 7000 morti. Non si può sostenere, come fa il filosofo francese Glucksmann, russofobo di professione, che Tbilisi è un’altra Sarajevo, o che non si è mai visto un intervento simile di un paese membro dell’Onu contro un altro (e qui verrebbe da elencare Iraq, Somalia, Yugoslavia, Palestina, Ruanda, Congo… ma gli americani, i francesi e gli israeliani non parlano russo…).

La reazione russa è stata una reazione da grande potenza, distruttiva, ma la domanda è: se Saakashvili non avesse bombardato l’Ossezia, e non avesse dato il via al massacro alle truppe di peace-keeping russe dislocate su mandato dell’Osce in Ossezia, sarebbe successo tutto questo?

Lo strabismo occidentale continua con una campagna russofoba (di cui il presidente polacco Kaczinsky, antisemita e omofobo, e Condoleeza Rice sono gli alfieri), senza riflettere su come aver legittimato l’indipendenza del Kossovo non deponga proprio a favore di chi parla a difesa dell’integrità territoriale della Georgia: il problema non è l’indipendenza dell’Ossezia, ma se gli osseti possono vivere tranquillamente, in un assetto federale, all’interno della Georgia. E Saakashvili questo non lo dice perché non lo vuole, animato dai grandi sogni imperiali finanziati da Washington. Ma quei sogni rischiano di tramutarsi, e già lo hanno dimostrato, in sanguinosi incubi per i popoli del Caucaso.

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