Italia

Fini: ‘Si rispetti l’Inno’. Bossi: ‘Meglio se taceva’

Gianfranco FiniROMA. “Nessuno, men che meno un ministro, può permettersi di offendere il sentimento nazionale di cui anche l’inno fa parte”.

Così il presidente della Camera Gianfranco Fini, anche dopo le richieste delle opposizioni, è intervenuto oggi alla Camera all’indomani del gestaccio di Bossi verso l’Inno di Mameli.

“Sarà positivo – ha detto Fini nel corso di una lunga premessa – il giorno in cui chi è chiamato ad incarichi istituzionali sia anche consapevole che ogni parola ed atteggiamento detto e fatto è oggetto di valutazione da parte dei cittadini e delle istituzioni”. Poi il severo ammonimento rivolto agli alleati della Lega: “Non c’è dubbio che l’unità nazionale, i suoi simboli ed il rispetto che ad essi è dovuto sono condizioni indispensabili per qualsiasi politica di autentica riforma. E non c’è alcun dubbio che un ministro deve rispettare tutti gli italiani, quale che sia il loro luogo di provenienza, il nord o il sud”.

Dai banchi del Carroccio succede il finimondo: il capogruppo Roberto Cota cerca di intervenire per spiegare il senso delle parole di Bossi e di quel gesto. Dalla sua postazione in piccionaia Alessandra Mussolini inizia a cantare l’Inno di Mameli “in onore di Umberto Bossi…” ma le viene spento il microfono. Fini ricomincia a parlare e si rivolge direttamente a Bossi, assente in quel momento, chiamandolo “onorevole”: “Sono sicuro che l’onorevole Bossi di cui tutti, seppure in momenti diversi, abbiamo apprezzato la passione e l’intelligenza politica, saprà trovare nelle prossime ore l’occasione per precisare il suo pensiero”.

VELTRONI: “BENE FINI,ORA INTERVENGA ANCHE BERLUSCONI”

Dall’opposizione, il leader del Pd Walter Veltroni ha auspicato anche un intervento del premier Berlusconi che prenda le distanze dall’atteggiamento del leader della Lega.

CICCHITTO: “DISSENSO CON LA LEGA, MA NON ACCETTIAMO STRUMENTALIZZAZIONI”

In realtà, dal Pdl già nella giornata di ieri, dopo il “dito medio” alzato da Bossi verso l’Inno e l’attacco ai professori del Sud, erano giunte delle reazioni, soprattutto quella del ministro della Difesa Ignazio La Russa: “Bossi dovrebbe chiedere scusa agli italiani”. Oggi è intervenuto il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto: “Sia per quello che riguarda l’inno, sia sulla posizione nei confronti di Roma noi siamo in dissenso. Tuttavia, respingiamo questo strumentalismo. Il contributo che la Lega ha dato alla seconda Repubblica è stato di innovazione e serietà. Per questo motivo – osserva Cicchitto – non ci facciamo prendere da una strumentalizzazione di bassa lega, non cadiamo in questa trappola. Confermiamo il nostro rapporto di lealtà e di alleanza con la Lega e le altre formazioni che costituiscono il centrodestra”.

DI PIETRO: “BOSSI SI DIMETTA, VALUTEREMO MOZIONE DI SFIDUCIA”

L’Italia dei Valori invita alle dimissioni Bossi e addirittura sta valutando di presentare una mozione di sfiducia: “La Lega – dice Antonio Di Pietrodeve alzare i toni per evitare che il suo elettorato capisca che il federalismo è una pistola scarica e che le promesse di una maggiore sicurezza sono state sacrificate alla sicurezza di non finire in carcere di Berlusconi”.

BOSSI: “MEGLIO SE FINI NON INTERVENIVA”

Nel pomeriggio Bossi è giunto a Montecitorio, bocciando le parole di Fini: “Era meglio se non interveniva”. A chi gli dice che la condizione posta dal presidente della Camera per il federalismo è l’unità nazionale, replica secco: “Il federalismo non è la secessione, la Lega rispetterà l’unità nazionale”. Stamani il senatur era di nuovo intervenuto sull’argomento. “A me l’Inno di Mameli non è mai piaciuto, fin dai tempi della scuola, preferisco la canzone del Piave. Quella è una canzone di popolo, è più vicina alla Marsigliese”, aveva detto, sottolineando che “nell’inno di Mameli c’è scritto pure che i bambini si chiamano Balilla”. Per Bossi bisognerebbe abolire la frase “schiava di Roma”: “Noi siamo per abolirla la schiavitù in ogni sua accezione. Il nord, la Lombardia, il Veneto mica possono essere schiavi di qualcuno”.

ANCHE SCHIFANI AMMONISCE IL MINISTRO

Anche il presidente del Senato Renato Schifani, dall’Aula di Palazzo Madama, tira le orecchie al ministro delle Riforme: “I simboli della patria e dell’unità sono sacri in quanto fanno parte della nostra unità nazionale”.

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