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Giallo Emanuela Orlandi, testimone rivela intrecci Vaticano-Criminalità

Emanuela OrlandiROMA. Dopo 25 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi esce allo scoperto una supertestimone. Si tratta di Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore Bruno Giordano ed amante del boss della Magliana, Enrico De Pedis, detto “Renatino”.

La donna è stata ascoltata 15 giorni fa dal procuratore aggiunto Italo Ormanni e dai pm Andrea De Gasperis e Simona Maisto, inquirenti dell’inchiesta sulla scomparsa della ragazza. La Minardi avrebbe raccontato che Emanuela Orlandi sarebbe stata portata via da “Renatino” su ordine di monsignor Marcinkus, all’epoca presidente dello Ior (Istituto per le Opere Religiose).

Secondo il racconto della donna, Emanuela sarebbe stata tenuta prigioniera in un’abitazione nei pressi della circonvallazione Gianicolense e successivamente sarebbe stata uccisa ed il suo corpo, chiuso in un sacco, sarebbe stato gettato in una betoniera a Torvaianica.

Inoltre agli inquirenti la Minardi avrebbe raccontato di aver conosciuto la ragazza sei-sette mesi prima del suo assassinio. “Arrivai al bar del Gianicolo in macchina”, dice la super testimone ai giudici. “Renatino mi aveva detto che avrei incontrato una ragazza che dovevo accompagnare al benzinaio del Vaticano. Arriva ‘sta ragazzina: era confusa, non stava bene, piangeva e rideva insieme. All’appuntamento c’era uno che sembrava un sacerdote: scese da una Mercedes targata Città del Vaticano e prese la ragazza. A casa domandai: A Renà, ma quella non era… Se l’hai conosciuta, mi rispose, è meglio che te la scordi. Fatti gli affari tuoi”.

La Minardi sottolinea di non sapere chi materialmente prese Emanuela: “Quello che so è che la decisione era partita da alte vette…tipo monsignor Marcinkus. E’ come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro. Era lo sconvolgimento che avrebbe creato la notizia”. E fa un paragone con la morte del banchiereRoberto Calvi: “Gli hanno trovato le mani legate dietro, perché tu mi vuoi dare un messaggio”.

In un colloquio successivo, del 19 marzo, la donna aggiunge: “Renato, da quello che mi diceva, aveva interesse a cosare con Marcinkus perché questi gli metteva sul mercato estero i soldi provenienti dai sequestri”. Per la teste la scomparsa della giovane era legata ad una “guerra di potere”: “Io la motivazione esatta non la so – dice ai magistrati – però posso dire che con De Pedis conobbi monsignor Marcinkus. Lui era molto ammanicato con il Vaticano, però i motivi posso immaginare che fossero quelli di riciclare il denaro. Mi sembra che Marcinkus allora era il presidente dello Ior… Gli rimetteva questi soldi… Io a monsignor Marcinkus a volte portavo anche le ragazze lì, in un appartamento di fronte, a via Porta Angelica… Sara’ successo in totale quattro o cinque volte, tre-quattro volte… Lui era vestito come una persona normale”.

“C’era poi il segretario, – rivela la Minardi- un certo Flavio. Non so se era il segretario ufficiale. Comunque gli faceva da segretario. Mi telefonava al telefono di casa mia e mi diceva: ‘C’è il dottore che vorrebbe avere un incontro’. Embè, me lo faceva capire al telefono. Poi, a lui piacevano più signorine (‘minorenni, no’)! Quando entravo, vedevo il signore; non che mi aprisse lui, c’era sempre questo Flavio. Mi facevano accomodare i primi cinque minuti, poi io dicevo: ‘Ragazze, quando avete fatto, prendete un taxi e ve ne andate. Ci vediamo, poi, domani'”.

“Mi ricordo che una volta – conclude la teste – Renato portava sempre delle grosse borse di soldi a casa. Sa, le borse di Vuitton, quelle con la cerniera sopra. Mi dava tanta di quella cocaina, per contare i soldi dovevo fare tutti i mazzetti e mi ricordo che conto’ un miliardo e il giorno dopo lo portammo su a Marcinkus”.

Stando al racconto della supertestimone, che avrebbe partecipato a molti spostamenti della vittima, nella betoniera sarebbe stato gettato anche Domenico Nicitra, un bambino di 11 anni figlio del pregiudicato Salvatore, coinvolto nel processo alla banda della Magliana. “Renato mi portò a pranzo in un ristorante a Torvaianica, da ‘Pippo l’Abruzzesè – rivela la Minardi – aveva un appuntamento con questo Sergio che portò quel bambino: Nicitra; il nome non me lo ricordo. Portò, dice lui, il corpo di Emanuela Orlandi. Io non lo so che c’era dentro i sacchi perché rimasi in macchina. Dice che, però, era meglio sterminare tutto, lui la pensava così. Sterminare tutto così non ce stanno più prove, non ci sta più niente. Lui mi disse che dentro a quella betoniera ci buttò quei due corpi”.

In realtà su questa questione è stato accertato che le date non coincidono in quanto la Orlandi scomparve il 22 giugno del 1983 e del piccolo Nicitra si persero le tracce il 21 giugno del 1993 quando De Pedis era già stato ammazzato. “Non riteniamo attendibile quanto affermato dalla testimone ascoltata nei giorni scorsi dai magistrati della Procura di Roma”, lo dichiarano i legali della famiglia Orlandi.E la sorella della vittima, Natalina Orlandi, afferma: “Senza le prove, non credo alla presunta testimone. Emanuela non è andata via spontaneamente, siamo sicuri di questo e quindi qualcuno è davvero a conoscenza di ciò che è accaduto. Mi chiedo se non sia arrivato, e già da tempo, il momento che questo qualcuno venga fuori e si liberi la coscienza”. Nel frattempo, oggi, ci sarà un vertice tra la Procura e la Squadra Mobile per fare il punto su quanto raccontato da Sabrina Minardi.

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