Caserta

Scalera (Verdi): il motivo di una sconfitta

Pecoraro ScanioCASERTA. Le battaglie ideologiche sono diventate patrimoni del secolo scorso, gli elettori hanno preteso coerenza, credibilità e soprattutto concretezza.

Sarà stato l’astensionismo o forse l’aver convinto gli elettori che si sono serviti del voto utile perché da noi la prospettiva appariva incerta, insignificante, assente.
Sono molto drastico, me ne rendo conto, ma penso sia necessario in questa fase non avere mezze misure.

E’ essenziale che ciascuno di noi dica la sua verità, perché c’è, ciascuno porti il suo contributo di analisi fino a comporre nel dettaglio, il mosaico della nostra sconfitta.
Siamo stati defenestrati dal parlamento con una sorta di legge del taglione.

Quasi un segnale. Abbiamo puntato troppo sulle istituzioni,(comune, provincia e regione) sul gioco politico, sui rapporti di forze nel governo e nel parlamento e da quello siamo stati esclusi.
Sia ben chiaro, il mio non è un ragionamento demagogico e populista. La presenza nelle istituzioni è importante, la mancanza del legame fra il Parlamento e una sinistra che nel paese continua ad esistere è una realtà negativa e pericolosa. Dobbiamo fare di tutto per ricostruire questo legame. Ma lo abbiamo rotto con i nostri comportamenti, con le nostre carenze e con le nostre latitanze.

Forse non ci siamo accorti che il mondo è cambiato rapidamente attorno a noi. Abbiamo avuto scarsa attenzione per quello che stava accadendo nella società e altrettanta scarsa attenzione per i nostri antagonisti sottovalutandone la potenzialità.

Ci siamo adagiati in comodi slogan che avrebbero – chissà perché – dovuto risolvere i dubbi.

Non è un errore di poco conto il non aver analizzato in maniera attenta i nostri avversari. Illusi da una sorta di autosufficienza culturale, ci siamo limitati a ripetere stancamente le nostre convinzioni, senza verificare, analizzare il pensiero, le idee e anche l’azione di chi era contro di noi.

Un esempio fra tutti quello del precariato. Se c’è un tema reale, sul quale si sarebbe potuto ottenere il consenso, è la precarietà del lavoro. Io non ho incontrato nessuno – dico nessuno ( non parlo di opinionisti, economisti o sociologi) – che non viva con difficoltà quella condizione. Non solo. Nella società si è sfaldato il mito della prima era berlusconiana, quello dell’uomo e della donna che liberi da lacci e laccioli avrebbero costruito il loro ruolo nella società. La letteratura ha prodotto molti bei libri sulla precarietà, in molti film questo tema è esaminato con profondità ed interesse. Eppure i nostri avversari hanno vinto. Perché? Qual è la loro forza?

Solo quella del ricatto del posto di lavoro? Io non lo so. Vorrei che qualcuno me lo spiegasse e non si limitasse a dire, come hanno fatto in questi anni i dirigenti della sinistra, che è tutta colpa della legge Biagi.

Capire perché l’avversario passa,perché ha consensi, significa scoprire non solo qualcosa che ci può servire, ma anche i nostri errori e le carenze,i buchi nelle nostre elaborazioni di cambiamenti culturali da utilizzare. Non c’è proprio nulla da imparare nello spostamento dal liberismo sfrenato alla scoperta dei danni del mercato portata avanti da Giulio Tremonti ?

La scarsa attenzione al nostro avversario e ai suoi cambiamenti non ha prodotto d’altronde una attenzione al nostro campo. Tutt’altro. Fausto Bertinotti lamentava in una trasmissione televisiva la mancanza nella sinistra dell’inchiesta.

Sia ben chiaro che in questa constatazione non c’è alcuna richiesta di tipo sociologico. L’inchiesta non è una parte nobile ed intellettuale del lavoro della sinistra, non si svolge in una torre d’avorio per poi riversare i risultati nella linea politica di un partito.

L’inchiesta è la vita della sinistra, quella che fornisce una spinta propulsiva, che fa emergere in un flusso continuo gli elementi del reale. Inchiesta significa curiosità, duttilità, capacità di cambiare idea, di buttare a mare – se necessario stereodipi- vecchi schemi. A noi tutto questo manca, e manca da troppo tempo. Insieme all’intrepidezza, all’indipendenza, alla voglia di dire comunque cose vere anche se minoritarie nell’opinione pubblica.
E ci manca da talmente tanto tempo da aver cancellato la sinistra, ancor prima che in Parlamento, nella società e nella cultura. Per piacere, sarebbe opportuno nell’analizzare la nostra sconfitta, nell’esaminare il disastro, non guardare gli aspetti secondari, ma andare alla radice. C’è una cultura e una proposta di sinistra? C’è un mondo migliore che noi proponiamo e per il quale siamo disposti a combattere anche una battaglia minoritaria?
Ho l’impressione di no. Ma se non c’è è chiaro che siamo inutili. Ed è questo ciò che l’elettorato ci ha impietosamente detto, cancellando anche la nostra rappresentanza parlamentare.
Le nostre mancanze hanno prodotto il terzo elemento negativo che si è riflesso nel voto. L’impressione che anche noi facciamo parte della casta. Certo non rubiamo, certo usufruiamo di privilegi meno degli altri, ma facciamo parte di quel giro di uomini e donne (soprattutto uomini) che comunque sta “in alto” mentre gli altri stanno “in basso”. Anche qui non è un discorso di stipendi e di macchine blu. Ma di qualcosa di più profondo, della necessità che chi vota veda nel possibile eletto qualcosa che gli somigli, qualcosa che rendi, pur nelle diversità, quell’uomo e quella donna in sintonia con alcuni sentimenti profondi.E’ mancata quella complicità che ammette anche diversità di status e di ruolo perché sa che quelle non intaccano una comune visione del mondo.
Non so, sinceramente se a tutto questo c’è rimedio. Devo confessare che sono persino diffidente. E non mi va in un momento come questo, che è doloroso personalmente e intimamente, far finta che tutto da domani può ricominciare. Non è detto che ricominci. Per il momento voglio elaborare il lutto. Voglio ricordare, pensare, ricostruire, come si fa quando muore una persona cara che è stata fondamentale nella nostra vita. Poi lo so che si può ricominciare, so che questa nostra società ha bisogno della sinistra. Ma quella che c’era è morta. E l’altra non c’è ancora.

CARLO SCALERA (Verdi)

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