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Banche: prevenire la crisi è meglio che curare i danni

BANCHE

Nella vita bisogna essere ottimisti. Una buona dose di sano ottimismo aiuta ad affrontare meglio gli “strali” che il fato riserva a noi esseri umani. Nonostante ciò, un altrettanto sana capacità di prevedere gli “accidenti” prima che questi ci colgano impreparati è ugualmente consigliabile.

Per questa ragione ritengo che, senza eccedere in facili allarmismi o doverci “fasciare” la testa prima del tempo, bisogna iniziare a parlare delle misure da mettere in atto per superare indenni i momenti difficili che, quasi sicuramente, attendono molti di noi “dietro l’angolo”. Naturalmente mi riferisco alla grave congiuntura bancaria che, come da tempo autorevoli fonti economiche preannunciano, colpirà l’Europa in un prossimo futuro.

I segnali premonitori che giungono già dalla cosiddetta società civile, sono inequivocabili. Tutti possono constatare l’aumento impressionante del numero di Banchi di Pegni o Monti di Pietà, rigattieri, mercatini del baratto ecc. Ognuno di noi può contare le pagine e pagine riservate sui quotidiani o periodici alla pubblicità di finanziarie che offrono piccoli prestiti personali, da mille a cinquemila euro.

Ormai, si ricorre agli acquisti a rate non solo per i beni voluttuari, ma anche per i generi di prima necessità (alimentari ed abbigliamento in primis). La prima decade del nuovo secolo si sta concludendo nel peggiore dei modi per l’economia mondiale.

Milioni di famiglie, per arrivare a fine mese sono disposte a tutto. Per pagare le rate dei mutui si rinuncia al superfluo e, sempre più spesso, anche al necessario. Ma i nuovi poveri, chi dovranno “ringraziare” per tutto questo? Principalmente le Banche che, quando i tassi d’interesse toccarono i minimi storici, qualche anno fa, convinsero un esercito di “semi incapienti” ad acquistare casa, anche se non possedevano nemmeno una lira di capitale.

Questa illusione di ricchezza ha creato, di fatto, milioni “d’equilibristi” che, per sperare di continuare a “sopravvivere” dignitosamente, devono augurarsi che la congiuntura negativa (quella vera) arrivi il più tardi possibile. Ma è inutile farsi illusioni. La crisi scoppierà. È solo questione di tempo. Il sistema economico mondiale, infatti, si regge ancora per puro miracolo. Il fallimento di “miliardarie” banche d’affari americane ed inglesi è un segnale chiarissimo, da non sottovalutare.

Molti analisti si chiedono: ma tra quanto tempo la crisi colpirà l’Italia? Nessuno è in grado di affermarlo con certezza. L’unica certezza è che quando questo accadrà la popolazione sarà colta alla sprovvista. Gli interessi economici dei nostri “rappresentanti” politici, faranno sì che, fino ad un minuto prima dello scoppio del bubbone, nessuno alzerà un dito per mettere in guardia la popolazione.

Qualche sciagurato ha persino avuto il coraggio di affermare che il nostro paese è indenne da questi rischi. Pazzesco. Un vero criminale. Purtroppo, quando sarà il momento, falliranno anche le banche italiane. In un mondo globalizzato non esistono isole felici. Com’è avvenuto in altre parti del mondo e com’è già successo in tempi recenti e/o remoti, milioni di clienti, recandosi presso le loro banche avranno la sgradita sorpresa di trovarsi senza soldi. Per prevenire questo rischio qualche cosa, però, si può tentare di fare. Sono solo dei palliativi, ma sempre meglio che niente, non vi pare?

Primo: migrare con i propri conti correnti verso banche più piccole, più “leggere”. I giganti bancari, indebitati fino al collo, saranno i primi a cadere se si dovesse verificare l’evento “irreparabile”.

Naturalmente il trucco non è sicuro che riesca appieno. I fallimenti a catena colpirebbero, prima o poi, tutti. In ogni caso, tentare di rimandare il più tardi possibile il proprio tracollo finanziario è diritto dovere di ognuno di noi.

Secondo: investire i propri risparmi (quando ci sono) in oro. In caso di “problemi” globali è l’unica vera merce di scambio accettata da tutti.

Terzo: evitate di cadere nelle tentazioni delle sirene del consumismo a tutti i costi. Autorevoli economisti da tempo contestano l’assioma: più consumi uguale più crescita. Bisogna prima vedere quali consumi incentivare e quale crescita augurarsi.

Il sistema finanziario mondiale è entrato in una spirale pericolosa. L’impoverimento della media borghesia ha costretto milioni di persone a vivere indebitandosi. Il doversi indebitare per pagare il dentista, mandare i figli a scuola, acquistare il latte o il pane, far studiare i figli ha creato un’economia detta del “fiammifero acceso”. È un esempio comprensibile a tutti. Immaginate di far girare un fiammifero acceso tra tante mani. Alla fine, il fiammifero, inevitabilmente, brucerà le dita di qualcuno. Così avverrà per i debiti. Esaurite le riserve, i debiti qualcuno li dovrà pur pagare o sarà il fallimento, la bancarotta. Pensate che i nostri politicanti tra le beghe e le stipule dei patti di non belligeranza, siano realmente impegnati a trovare le soluzioni del problema?

Ma manco per sogno. Sappiamo bene che soluzioni miracolose non n’esistono. Nessuno sa realmente come risollevare le sorti dell’economia mondiale, ma almeno qualcuno inizi a pensare al da farsi.

Vogliamo aspettare che, come negli Stati Uniti, le banche si riprendano le case per colpa dei mutui non pagati, le rimettano sul mercato, dove nessuno ha più i soldi per comprarsele e falliscano sotto il peso dei crediti insoluti? Vogliamo prima fare la fine dell’Argentina e poi intervenire? Stavolta i problemi affrontiamoli in tempo. Tutti ci auguriamo che non accada nulla per altri mille anni, ma non facciamo come gli struzzi. Non servirebbe a nulla mettere la testa sotto la sabbia, la crisi (quella del petrolio) ci raggiungerebbe anche lì sotto.

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