Aversa

L’arcipelago della felicità apparente

Edifici residenzialiAVERSA. Il poeta e critico francese Charles Baudelaire ne “I Fiori del male” scrisse: “La forma d’una città cambia, ahimé, più in fretta del cuore di un mortale”.

È esattamente quello che sta accadendo alla città di Aversa da un po’ d’anni a questa parte. In pochissimo tempo, infatti, è aumentato vertiginosamente il numero dei parchi residenziali recintati da alte mura e i cui ingressi sono chiusi da cancelli automatici, sbarre antintrusione o qualsiasi altro sistema che possa servire ad impedire l’accesso ai “non residenti”. Gli abitanti di questi parchi si chiudono in se stessi, cercando, in questo modo, di salvarsi dalla “infelicità” derivante dall’essere costretti ad abitare in una città aperta a chiunque e, quindi, a loro giudizio: pericolosa. La definizione di “città aperta”, ovviamente, non si deve confondere con il significato “diplomatico/militare” del termine. Voglio precisare che è perfettamente condivisibile la voglia di sicurezza dei cittadini. È giusto che gli abitanti di zone poco sicure intraprendano, autonomamente, iniziative tese a surrogare le carenze dello Stato in materia di sicurezza, ma come si dice: il troppo stroppia. Così si torna alle città fortificate o alla “città proibita” della dinastia Ming. Quando, poi, a questa situazione, che già provoca gravi disagi, si aggiungono le problematiche causate dall’elevato numero di strade chiuse da muri, paletti e ostacoli d’ogni sorta, la definizione di “arcipelago della felicità apparente” si adatta in maniera precisa alla realtà aversana. La città è un organismo vivo, pulsante, dove la linfa vitale, costituita dal continuo fluire ed interagire di: pedoni, ciclisti, mezzi di trasporto pubblici “di superficie” e “in galleria”, automobili, merci, mezzi di soccorso, forze dell’ordine ecc. deve poter scorrere liberamente, senza ostacoli. Invece, ecco i parchi, i vicoli ciechi, le strade senza uscite. Ma, ve lo immaginate un corpo umano dove in una buona parte non circola più il sangue? I tessuti andrebbero subito in necrosi. La cancrena ne provocherebbe subito la morte. Nello stesso modo il tessuto sociale ed economico di una città, o di qualsiasi agglomerato urbano che voglia definirsi tale, non può permettersi il lusso di dividersi in tanti “isolotti”, ognuno separato e distante dall’altro. Capisco che il concetto è di non facile comprensione, ma i paletti di ferro, le sbarre, i muri, i cancelli telecomandati (per non scendere dall’auto neanche per pochi secondi), creano solo delle apparenti isole di “felicità”. Dove per “felicità” s’intende solo il compiacimento per l’apparente sicurezza ottenuta per l’auto lasciata in sosta senza la paura che possano rubarla, per la visione dei figli che giocano più o meno tranquilli nel cortile, per la vista del verde un po’ più curato, per la sufficiente illuminazione notturna ecc. Ma questi benefici quanto vengono a costare? Molto, perché in questo modo, si uccide il senso stesso dell’appartenenza ad una comunità. Principio che, non dimentichiamolo, è alla base stessa della civile convivenza. Che interesse può avere un cittadino a adoperarsi per migliorare la città nella quale vive se la utilizza solo ed esclusivamente per dormire? Il concetto di “buon vicinato”, ad esempio, ne risulta completamente sconvolto. Un amico mi raccontò di aver incontrato, per caso, un cugino napoletano che abitava, a sua insaputa, nello stesso Parco, da ben quattro anni: non si erano mai incrociati sino allora perché in quella “residenza esclusiva” ognuno “si faceva i fatti suoi”. Qualcuno potrebbe eccepire che all’interno delle città “senza isole” tutto questo accade lo stesso. Forse, ma senza una precisa volontà d’isolamento. Anzi, il contrario. Nelle grandi città sono sempre di più i locali aperti per dare alla gente l’occasione per incontrarsi, per socializzare e uscire dalla solitudine. Ad Aversa e nell’agro aversano, sempre più persone scelgono, volontariamente, di rinchiudersi nei parchi e nelle “ridotte” residenziali proprio per evitare di “mischiarsi” con gli altri cittadini. Una volta, tanti anni fa, la vera “blindatura” dei palazzi si chiamava “portiere” o “custode del fabbricato”. Oggi si chiama cancello elettrico e videocitofono (alcuni hanno persino la funzione di “preview” per vedere in anteprima chi ti citofona senza che questi possa accorgersene). Davvero alienante. Più continueranno a costruire in questo modo, più la popolazione si chiuderà in se stessa, implodendo socialmente ed ignorando tutto quanto accade intorno a se, considerando pericoloso e da evitare tutto quanto è estraneo al proprio piccolo “universo” costituito dal vialetto con la ghiaia, la piccola siepe, il lampioncino d’alluminio ed una quantità assurda di cancelli, inferriate, porte blindate e armamentari degni di una specie d’Alcatraz dei poveri infelici.

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