Aversa

Question Time si o no?

Raffaele SantulliAVERSA. Question time si, question time no. Ancora una volta il metodo, già usato in parlamento da anni, della domanda a risposta immediata, fa discutere.

Eppure oramai è più di un anno e mezzo che l’avvocato Raffaele Santulli, ideatore e direttore dello stesso, presentò alla città di Aversa, ed all’Italia (ricordiamo che anche il settimanale Panorama gli dedicò una pagina) un particolareggiato metodo di soddisfazione delle richieste che il cittadino poteva porre direttamente all”amministrazione comunale. Ma il Question Time fa parlare, eccome. I benpensanti credono che si tratti di una “passerella” per politici di turno, i nemici politici di Ciaramella dicono che invece la passerella il sindaco se l”è fatta “ad hoc”, ed i cittadini pensano che sia un metodo democratico per poter interagire con chi amministra la città. Insomma, noi aversani che, come recita il detto cittadino, abbiamo due facce come il “Campanaro dell’Annunziata”, facciamo, commentiamo, ma poi sempre si va a sbirciare per vedere “cosa ha combinato stavolta l’avvocato Santulli”. Ed in vero, una cosa è stata palese all’ultimo, diverso Question Time: tutti in piazza Municipio, palco (tanto bello da sembrare quello usato dal Santo Padre in occasione delle messe solenni) delle grandi occasioni, la solita sveglietta segna-minuti, microfono e sindaco, l’esperto professore Roberto Rinaldi, il vicesindaco Lucio Farinaro e tanta tanta gente. Tanti studenti, ma anche tanti cittadini aversani stanchi di tutto. Stanchi dei cumuli di immondizia, stanchi dell’inquinamento, stanchi di vedere parenti ed amici ammalarsi di tumore, stanchi di dover sopravvivere. A volte i toni del confronto sono stati duri, si sono avvertite tensioni, soprattutto quando il sentimento ha soprafatto la ragione. Ma, a parere mio, si è percepito il malcontento e la disperazione serpeggiante di una popolazione che non ce la fa più, abituata a passare accanto ai cumuli di spazzatura e magari a non farci neanche più caso. La partecipazione a questo particolare Question Time è stata il termometro per misurare la febbre che noi tutti abbiamo. La voglia di gridare, di far sentire il disagio, e magari, perché no, sperare che qualcuno ci senta, visto che ormai da mesi le televisioni nazionali ci hanno abbandonato, considerando i nostri problemi e le nostre morti “cosa nostra” in tutti i sensi. Ben vengano, quindi, tutte le occasioni utili per far sentire all’Italia che esistiamo e che non vogliamo morire.

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