Aversa

Alessandro, un”altra vittima del mal di vivere

 AVERSA. Oggi piangiamo un’altra vittima del mal di vivere e siamo sinceramente rammaricati. Ci fa soffrire il modo in cui un giovane di 26 anni possa pensare che è più doloroso affrontare la vita che gettarsi dal quinto piano, che fa meno male cadere nel vuoto che affrontare la luce del mattino.

Ma il dramma è un altro. Quanti di noi, leggendo la tragedia di Alessandro Pozzi, hanno pensato: “lui si è tolto la vita quando c’è gente che una vita la vorrebbe ancora”. Certo è legittimo, chi di noi che ha perso un caro, magari divorato da una lenta e crudele malattia, avrebbe dato anche 10 anni della propria di vita per un mese, una settimana od anche un giorno in più. Ma lo sbaglio sta proprio lì, nel non considerare la depressione una malattia, la più viscida e silenziosa delle malattie. Ti prende all’improvviso, senza domandare età, status economico o sociale. Senza domandare sesso o religione, senza domandare ragioni. Ti prende e ti porta via pian piano, lasciando che la stessa quotidianità ti renda inconsapevole delle scelte e del senso stesso della vita. Si comincia così, quasi per caso a non voler più mangiare, a non voler più uscire, a non voler vedere nessuno, né amici né familiari. Si rimane chiusi in casa, meditando e riflettendo su un unico punto: quale è il modo migliore di farla finita. Si diventa minuziosi, ossessivi, si pensa solo a quello, calcolare i tempi, trovare il momento opportuno per portare a termine quello che nella mente diventa un piano, il più diabolico e ultimo da attuare. Poi tutto sembra facile, tragicamente facile. Ed il dolore dell’anima sembra sparire, un dolore talmente forte da apparire insopportabile. Chi riesce ad uscirne illeso ha trovato davanti a sé una luce, una speranza, la forza di voler vivere. Ha trovato una mano tesa che non giudica ma comprende, quella di una madre, di un padre, di un compagno o di un amico. Basta guardare con gli occhi dell’amore ed ogni male dell’anima può, anzi deve, sparire. Questo è l’augurio sincero di chi ha ancora il ricordo scolpito nell’anima, ma che ha trovato un tempo quella mano amica.

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