Italia

Lettera di un ragazzo morto in guerra a Umberto Bossi

Umberto BossiSenatore Bossi, sono un ragazzo morto a poco più di venti anni sull’Altopiano Carsico. In vita, il mio mestiere era quello del contadino. Come tanti altri contadini delle mie parti, il Sud dell’Italia, un bel giorno mi dovetti presentare al Distretto Militare. Anche per me era arrivata la chiamata alle armi.

Un popolo, del quale neanche sapevo l’esistenza, aveva invaso la nostra Patria. All’inizio, non riuscivo neppure a capire il significato di quella parola. Per me la Patria era la mia casa e la mia famiglia: mia madre, mio padre, mia moglie, i miei figli, il mio campo di grano, il mio cavallo, le mie mucche…Di politica, di nazioni e soprattutto di guerra non ne capivo assolutamente nulla. Solo dopo tanto tempo sono riuscito a comprendere il reale significato di quei termini. Ma torniamo alla mia storia. Insieme a tanti altri ragazzi della mia età, un bel giorno, anzi per meglio dire, un bruttissimo giorno, mi ritrovai su di un altopiano che gli italiani chiamavano Carso, gli sloveni Kras, i friulani Cjars e i tedeschi Kars. Fummo mandati tutti in prima linea. Chi non è mai stato in prima linea, non può minimamente immaginare cosa voglia significare. Ci si ritrova stesi a faccia giù, nel fango, nel sangue, in una trincea piena di morti e feriti, mentre le pallottole e le bombe ti passano sulla testa o ti cadono addosso. Un inferno. I miei compagni morti ammazzati, i corpi dilaniati, l’odore della carne bruciata, non potrò mai dimenticare quei momenti. Non potrò mai dimenticare il dolore lancinante agli occhi e i pezzi di pelle e di carne che si staccavano di dosso per colpa di quei maledetti gas urticanti, usati senza pietà dai nemici. Senatore, Lei avrebbe dovuto essere lì, insieme con noi, per poter capire. Io, però, non ho ancora saputo come sono morto. Non so con esattezza cosa sia successo. So solo che d’improvviso non riuscivo più a respirare. Ricordo solo di essermi ritrovato in una specie di tunnel buio. In lontananza, a malapena riuscivo ad intravedere un puntino luminoso. Ma non sapevo cosa fosse. Mentre tremavo di paura, un mio compagno mi passò accanto e senza dire una parola mi fece segno di andare con lui. Camminavamo verso la luce, sempre più intensa, sempre più calda, insieme a migliaia di soldati. Quella che all’inizio era una sensazione di freddo, di paura e di terrore, man mano si era trasformata in un sentimento di pace, di tranquillità e di benessere. Mi ritrovai sepolto, in un immenso Sacrario Militare a Redipuglia, non molto lontano da dove, presumo, ero morto insieme a quasi tutti i miei compagni. Buona parte della Compagnia B era stata distrutta. Ricordo le frasi che il nostro capitano disse appena arrivati: «Ragazzi, tenete bene a mente quel che vi dico. Qui la vostra vita non conta niente. Qui conta solo la salvezza della nostra amata Patria». Dai suoni che riesco a percepire, tutti i giorni, attraverso la lastra in pietra che ricopre la fossa comune nella quale sono stato seppellito, ho capito che, forse, siamo riusciti effettivamente a salvare la nostra Patria. Peccato solo che mio padre, mia madre, mia moglie e i miei figli, questo non potranno mai saperlo. Una bomba, una delle ultime bombe sparate dal nemico, colpì in pieno la mia casa, uccidendo tutti, o quasi. Si salvò solo il mio povero asinello: Berto. A proposito, Senatore, che strana combinazione, il mio asino si chiamava quasi come Lei. Ma non si preoccupi, non le scrivo mica per questo… Le scrivo per altre ragioni. Tra le migliaia di persone che, ogni giorno, visitano il Sacrario, moltissimi parlano di politica lamentandosene. Si lamentano anche delle tasse, si lamentano delle leggi ad personam, si lamentano della Sanità, si lamentano un po’ di tutto. Facendo molta attenzione, però, sono riuscito ad intuire che non se la passano poi tanto male. Parlano di vacanze al mare, di gite in montagna, di comprare casa, di cambiare l’auto, di organizzare feste, di andare a sciare, di praticare equitazione, di frequentare piscine ed università, di cambiare il telefonino o il televisore al plasma… Insomma sono convinto che stanno quasi tutti bene economicamente. Mentre mi compiacevo del fatto di non essere morto invano e per questo, insieme ai miei commilitoni, piangevo di felicità, un giorno arrivò un abitante di una sconosciuta nazione: la Padania. Chiesi ai miei vicini di tomba, ma nessuno sapeva dove si trovasse la Padania. Questo signore, che si definiva una guardia padana, un giorno disse, sulla tomba del cugino, un fetente di colonnello, sepolto a poca distanza da me: «Il Senatur ha ragione, l’Italia deve essere divisa in tre regioni. Occorre realizzare la secessione del nord. Bisogna imbracciare di nuovo i fucili. Dobbiamo combattere i terrun». Veda, Senatore Bossi, io proprio non riesco ad accettare che qualcuno ce l’abbia tanto con me, solo perchè sono un terrone. Io non ho fatto mai male a nessuno. Non riesco a comprendere le ragioni di tanto odio. Eppure, se molti si possono permettere il lusso di fare gli “squarcioni”, come si dice dalle mie parti, lo devono proprio ai terrun che, come me, sono morti in guerra o cadendo dalle impalcature, mentre costruivano i bei palazzoni dell’Italia settentrionale. Un giorno, poi, successe qualcosa che mi aprì la mente e gli occhi (anche se non li ho più). Una classe di ragazzini delle scuole medie, in gita d’istruzione, dimenticò una radiolina accesa, sulle nostre tombe. Ascoltando quello che affermavano i politici come Lei, dalle radio locali e nazionali, capimmo tutto. Per questo, ora le chiedo ufficialmente, Senatore Bossi: «Quando dice quelle orribili cose, si ricorda di noi? Se, per caso, Lei non sapesse cos’è un Sacrario Militare, con centomila giovani morti per difendere la loro casa e la loro famiglia, scoprendo solo dopo, che in realtà stavano difendendo anche la Patria, venga a farci visita. Non speri però di “stabilirsi” qui da noi. Un posticino per Lei, che non è militare, non si troverà mai. E poi, come diceva un napoletano: “Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie…appartenimmo à morte!».

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