Campania

Casal di Principe, per sconfiggere la camorra non basta la buona volontà

Francesco CASAL DI PRINCIPE (Caserta). I quotidiani on-line del 2 ottobre scorso hanno riportato la notizia che l’ennesima sfida era stata lanciata alla camorra: “Occupare pacificamente per una settimana, a luglio, Casal di Principe per farvi tornare a regnare legalità e democrazia”.

L’iniziativa di Arturo Scotto, deputato Sd campano, era stata subito appoggiata da Peppe De Cristoforo, Tommaso Pellegrino, Michele Grimaldi (segretario Sinistra giovanile della Campania), Diego Belliazzi (consigliere comunale DS), Paolo Nerozzi (CGIL), Sandro Ruotolo (giornalista), Giovani Comunisti, Giovani Verdi, i giovani di Sinistra democratica, Aprile per la Sinistra e Aprile on-line, Enzo Amendola (segretario regionale DS Campania) e tanti altri.

Iniziativa lodevole, sotto tutti i punti di vista, ma come abbiamo già dichiarato, a nostro parere, sostanzialmente inutile o, per meglio dire, non utile al raggiungimento dell’obiettivo prefissato: aggredire ed eliminare il fenomeno Camorra.

Le ragioni sono molteplici, la complessità dell’universo camorristico rende ogni analisi parziale e qualsiasi intervento intempestivo, ma semplificando al massimo i concetti, possiamo elencare tre fattori che, sempre secondo il nostro modesto parere, contribuiranno a non far concretizzare risultati positivi o che si discostino molto da quelli sin qui ottenuti dalle precedenti manifestazioni.

Primo: gli abitanti di questi piccoli comuni, per ovvi motivi, sono tutti imparentati. Quasi ogni famiglia ha, direttamente o indirettamente, un consanguineo “impiegato” nell’azienda Camorra. Questo rende il tessuto sociale, per così dire…nebbioso. Tutti gli aspetti della vita quotidiana, dall’economia alla scuola, dalla politica agli affari, devono fare i conti con un’impalpabile coltre di colore grigiastro.

In questi paesi non esiste solo il bianco ed il nero, esiste soprattutto il grigio. Un colore che segna il confine impercettibile che separa chi, anche nello stesso nucleo familiare, conduce una vita irreprensibile da chi compie azioni criminali. Tentare di scardinare la camorra dal tessuto sociale prescindendo da questo stato di cose è, sempre a nostro modesto parere, uno sterile esercizio teorico, una pura operazione di facciata, il classico pannicello caldo.

Secondo: la mancanza di lavoro.

Non penserete mica che tutte le imprese create e gestite dalla camorra impieghino dei camorristi? Se è vero, com’è vero, che gran parte dei settori cruciali dell’economia sono gestiti dalla camorra, è facile presumere che la percentuale dei lavoratori interessati dal fenomeno, rispetto al numero complessivo degli occupati, è altissima. Basti pensare che, direttamente o indirettamente, la camorra gestisce le ditte che intrattengono rapporti con gli enti pubblici (grandi committenti d’appalti), la filiera del cemento (produzione, vendita e imprese di costruzione), la filiera dei rifiuti (raccolta, trasporto e smaltimento illegale), le cosiddette Croci (ambulanze per il trasporto pubblico e privato d’infermi), il mondo che gravita intorno ai cimiteri (trasporto, sepoltura, fiori), il mondo della panificazione (fornitura farine, forni abusivi e distribuzione forzata), la filiera dei giochi leciti ed illeciti (videopoker in primis), i materiali da costruzione, i centri di rottamazione e i parcheggi (gestione), la guardiania e la vigilanza, la distribuzione automatica di bevande e generi alimentari, la filiera del movimento terra (vendita macchinari, gestione appalti, esecuzione lavori), la filiera dell’acqua imbottigliata (produzione, trasporto, distribuzione all’ingrosso) ecc.

Terzo: la delocalizzazione. Le attività illegali che si compiono materialmente in questi sfortunati territori sono percentualmente irrilevanti rispetto alla loro massa complessiva. Gli affari non si fanno in terre economicamente depresse. “I businiss”, come dicono i siculi d’oltreoceano, si fanno nel cuore dell’economia italiana ed europea: Milano, Francoforte, Londra…

Gli investimenti miliardari (in euro) si fanno laddove sono presenti “i veri piccioli”. In Costa Azzurra, a Milano, in Costa Smeralda, a Montecarlo, in Germania, in Francia, a Londra, sulla Costa Brava, ad Ibiza, a Rimini, in Emilia Romagna ecc. Proprio questa scelta (scontata) fa delle nostre terre delle lande desolate, dove al massimo si può scorgere qualche piccola industria e un po’ di centri commerciali (già aperti o ancora da costruire).

Se gli investimenti fossero stati concentrati solo nelle nostre zone, navigheremmo letteralmente nell’oro (e, purtroppo, nei morti ammazzati). Chi mastica un po’ di marketing avrà certamente notato che, a dispetto della presunta rozzezza dei camorristi, i settori economici sono scelti, con estrema oculatezza, tra quelli deputati a soddisfare i bisogni fisiologici primari, ubicati alla base della cosiddetta “piramide dei bisogni di Maslow”, tra i quali l’alimentazione (mangiare), la filiera dell’acqua imbottigliata (bere) e nei bisogni secondari quali l’edilizia (sicurezza), la vigilanza (protezione) ecc. Tutti settori destinati a non conoscere crisi ed a rinnovarsi nel tempo.

I proventi di questi affari “sicuri” sono, poi, reinvestiti in attività ad alto reddito, ma anche a rischio elevato (droga, prostituzione, traffico d’armi ecc.). Per queste ragioni, esposte sinteticamente e in maniera molto semplificata, riteniamo impensabile che possa ottenere un qualsivoglia risultato concreto una pur intellettualmente onesta, manifestazione anticamorra della durata di una settimana.

Ma v’immaginate la scena? Migliaia di ragazzi provenienti da ogni parte d’Italia occupano pacificamente il paese. Canti, balli, impegno politico, stands, convegni, dichiarazioni, interviste, radio, Tv, giornalisti e quant’altro coinvolgono personaggi noti e meno noti. I pochi “veri” camorristi rimasti in paese, chiusi nelle loro case costruite come delle Domus romanae ma piene di statuine a grandezza naturale di Biancaneve e i sette nani, non battono ciglio, sapendo perfettamente che grazie alla loro “superiorità”, ottenuta a suon di Kalashnikov, tutto tornerà come prima.

Come diceva Leopardi: “…nella tempesta si tacciono, come anche fanno in ciascuno altro timore che provano; e passata quella, tornano fuori cantando e giocolando gli uni cogli altri”.

Le tantissime persone oneste che, per mancanza di lavoro “campano” in virtù dell’impiego ottenuto grazie al “cumpariello” titolare di una società che opera con un piede dentro e l’altro fuori la legalità, cosa dovrebbero fare? Scendere in piazza a manifestare contro chi dà loro da mangiare o starsene in casa aspettando che la “tempesta” passi? Lo capite che in queste terre, dove anche le gocce di rugiada sembrano lacrime, lo Stato ha dichiarato forfait.

La vera arma contro la camorra è il lavoro.

Chi ha un lavoro non dipendente dal camorrista di turno può permettersi di manifestare, partecipare ai convegni, indignarsi e quant’altro; il povero cristo che per mantenere la famiglia sbarca il lunario al soldo della malavita non potrebbe fregarsene di meno delle parate, delle fanfare e, spesso, delle farneticanti e premature dichiarazioni di vittoria fatte da politici che si fanno vedere una volta l’anno e che per i restanti 364 giorni votano leggi che sembrano fatte apposta per favorire la camorra, invece di combatterla.

Per vincere, bisogna “simbolicamente” occupare: il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e quel suo bel palazzone “grigio”, per seguire da vicino, da molto vicino, i processi che riguardano i rapporti tra politica e malaffare. Bisogna occupare, sempre simbolicamente, gli uffici degli enti pubblici che appaltano lavori per centinaia di milioni d’euro a ditte che emanano un putrescente olezzo di camorra.

Sarebbe necessario, poi, occupare, simbolicamente, le sedi d’alcuni partiti e partitelli che hanno come target di riferimento (o per dirla in politichese: come bacino elettorale) quel mondo grigio (in auto blu) sempre pronto a saltare sul carro del vincitore (dell’appalto, naturellement !). Questi sono i luoghi da occupare e tenere sotto controllo. Altri sistemi potrebbero funzionare? Certo, ma come dicevano i latini: ad calendas graecas.

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