Campania

Sequestrate case e ditte del clan Bidognetti

Michele FroncilloMONDRAGONE. Terreni e immobili ubicati fra Mondragone e Castelvolturno, una decina tra vetture e furgoni e quote societarie dell’impresa «Emil Costruzioni» sono i beni (ammontanti a circa un milione di euro) sequestrati ieri dagli uomini della Dia e del commissariato di polizia di Castelvolturno.

Case sequestrateL’operazione si è svolta sul litorale e ha riguardato l’illegittima acquisizione di beni nella disponibilità di un pregiudicato, Emilio Capone, condannato per camorra con il rito abbreviato e ritenuto «gestore» per conto del boss Francesco Bidognetti, ex braccio destro di Francesco «Sandokan» Schiavone. Un gruppo quello di Bidognetti, molto presente anche nell’area domizia, che ha fatto registrare pochi giorni fa la prima defezione: Domenico Bidognetti, condannato all’ergastolo, ha deciso di pentirsi; scelta dalla quale si sono dissociati sia la moglie sia i familiari che non hanno voluto la protezione. L’inchiesta giudiziaria che ha portato al sequestro di ieri quella che riguarda il blitz denominato Free River, scattato nel gennaio del 2006. Nell’occasione furono quasi quaranta le ordinanza cautelari nate da un’indagine riguardante l’attività del clan dei Casalesi dall’inizio degli anni 90 sul litorale domizio e in particolare nella zona di Castelvolturno. L’inchiesta prese avvio dalle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia sulla gestione di numerose attività illecite da parte della organizzazione camorristica. In particolare il clan, secondo quanto emerso dalle indagini, aveva imposto il pagamento di tangenti a commercianti e imprenditori, gestito lo spaccio di stupefacenti, il contrabbando di sigarette e il racket della prostituzione: i Casalesi, tra l’altro, imponevano pagamento di somme di denaro agli immigrati presenti nella zona per consentire lo spaccio di droga e l’attività di prostituzione. Dalle indagini è emerso anche che uomini del clan «rubavano» l’acqua potabile dalla rete idrica comunale per rivenderla agli abitanti della zona destra del Volturno, dove negli anni scorsi non c’era allacciamento con la rete. I proprietari di villette del litorale erano inoltre costretti a pagare tangenti per il servizio di vigilanza effettuato da alcuni affiliati alla organizzazione. Le indagini hanno consentito di scoprire i presunti responsabili di alcuni omicidi e tentativi di omicidio avvenuti nel corso degli ultimi anni. Le vittime del racket che si rifiutavano di pagare le tangenti venivano punite spesso con furti e rapine per costringerli ad accettare la «protezione» della camorra. La stessa operazione portò al sequestro di diversi milioni di beni nella disponibilità del boss Pasquale Morrone. L’ultima inchiesta sul clan Bidognetti risale a un mese fa quando i carabinieri eseguirono nove ordinanze di custodia cautelare in carcere per estorsione aggravata nei confronti di presunti appartenenti al clan camorristico dei Ventre. Tra gli arrestati anche Raffaele Bidognetti, figlio del boss Francesco Bidognetti detto «Cicciotto è Mezzanotte» ritenuto elemento di spicco clan dei Casalesi. I provvedimenti della magistratura napoletana furono emessi a conclusione di indagini dei carabinieri del gruppo di Aversa coordinate dalla Dda di Napoli. Numerose le estorsioni accertate in danno di imprenditori, commercianti e artigiani della provincia di caserta negli anni 2005 e 2006.

Il Mattino (BIAGIO SALVATI)

Il pentito
«La macchina della verità può salvarmi»
Mercoledì la testimonianza di Froncillo
Mondragone
La verità, tutta la verità, raccontata dal tracciato di una macchina. Roba da film americani, da spy story, proposta arrivata nell’aula della Corte di Assise alla vigilia dell’audizione di Michele Froncillo, fresco di pentimento e pronto a dire tutto ciò che sa sulle attività di Antimo Perreca. E mentre i giudici decidevano di ammettere la testimonianza del boss di Marcianise, Perreca dal carcere, collegato in videoconferenza, chiedeva di essere sottoposto al test della macchina della verità. Perché lui giura di non sapere niente dell’omicidio di Pasquale Pratillo e di essere estraneo a ogni accusa. Prima la richiesta di ammissione dei fotogrammi scattati dal satellite militare, poi il test all’americana: tutto per allontanare la data della sentenza e la possibile condanna quale mandante dell’omicidio, commesso a settembre del 2003 da uomini della camorra di San Felice a Cancello. La Corte di Assise (presidente Elvira Capecelatro) ha rigettato, il processo proseguirà normalmente la prossima settimana, il 26 settembre. In apertura dell’udienza, il pm antimafia Raffaele Cantone aveva depositato i verbali delle dichiarazioni rese da Froncillo alcune settimane fa (il suo pentimento risale alla prima metà di agosto) e rinunciato all’interrogatorio dei due avvocati, Renato Iappelli e Alfonso Martucci, indagati in un procedimento collegato, quello nato dopo la scoperta del falso alibi di Antimo Perreca proprio in relazione all’omicidio Pratillo. Testimonianze che erano state chieste dallo stesso pubblico ministero in sede di istruttoria dibattimentale supplementare ma che, allo stato del procedimento in corso, ormai giunto alle battute conclusive, non sarebbero più indispensabili. Altri due avvocati, pure indagati, sono stati interrogati nei mesi scorsi: Anacleto Dolce e Michele Baldini, che aveva falsamente fatto costituire una collega quale rappresentante della parte civile, la vedova di Pratillo, che però ignorava di essere parte nel processo e che non aveva mai delegato Baldini. Baldini è lo stesso avvocato che aveva proposto alla Corte di far acquisire le immagini satellitari del luogo del delitto. Il calendario delle udienze è stato fissato fino alla conclusione. Dopo l’audizione di Froncillo, la prossima settimana, e il controesame da parte della difesa, il pubblico ministero farà la sua requisitoria il 12 ottobre. La sentenza è prevista per la fine dello stesso mese. r.cap.

Il Mattino

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