Sant’Arpino

Concessionaria nel Castellone, la battaglia di Legambiente

Auto nell'ex Vasca CastelloneSANT’ARPINO. «Il destino le riservò una fama burlesca e una delle più tragiche sorti che si conoscano della travagliata storia campana». L’archeologo Maiuri così scrive di Atella, antica e gloriosa città preromana ubicata nello spazio che oggi annovera i comuni di Sant’Arpino, Orta di Atella, Frattaminore e Succivo.

Sotto la duplice influenza della primitiva farsa italica e della farsa fliacica, qui vennero per la prima volta rappresentate le grandi maschere della commedia antica: Maccus, Bucco, Dossennus, Pappus che deliziavano le popolazioni. Con le sue «Fabulae» ha acquisito una tale fama letteraria da essere apprezzata in tutto il mondo. Ma proprio nella sua terra d’origine non sembra che gli faccia eco una così vasta considerazione dal momento che l’unica testimonianza archeologica emersa, il Castellone, è diventata addirittura un «autosalone». Qui, quando dici Atella, il pensiero subito corre al Castellone, rudere termale del II sec. d.C. con strutture in laterizi e «opus reticulatum». Posizionato nel perimetro di Sant’Arpino, lungo la trafficata provinciale Martiri Atellani, ha di fronte a sé l’ex municipio di Atella che delimita la zona archeologica la quale si presenta come una grossa distesa di terra dal cui sottosuolo sono stati asportati importanti materiali a opera dei tombaroli. A parte qualche fossato da cui si scorgono le mura perimetrali della città antica, qui del passato davvero non si intravede nulla. È facile dunque immaginare il valore storico-archeologico del Castellone che da solo si erge prepotente a testimoniare una civiltà sepolta. Dagli anni Cinquanta a oggi, tuttavia, ha subìto un progressivo declino: si è sempre più rimpicciolito, tanto che oggi sembra quasi del tutto scomparso. Basta confrontare una foto d’epoca (in cui «torreggia solitario tra i filari alti delle viti») con l’attuale stato del rudere e si nota che dei quattro lati dell’edificio, oggi resiste a malapena uno. Come se ciò non bastasse, al decadimento fisico si è aggiunto quello «funzionale». Neanche un cartello ne segnala la presenza: è completamente nascosto alla vista degli ignari passanti da una fitta e variegata «vegetazione»; di sera, su di esso regna il buio più fitto di quello in cui l’ha ricacciato il destino. L’unica cosa che oggi si scorge con chiarezza è la concessionaria di auto che è sorta nel cortile privato nel cui recinto ricade ciò che resta dell’edificio termale, ormai ridotto ad elemento coreografico per la vendita di automobili di ultima generazione. Questo è ciò che resta dell’emblema della «città archeologica atellana». Sin dal 2003, i volontari del circolo atellano di Legambiente «Geofilos», hanno a più riprese pubblicamente denunciato questa assurda destinazione del bene archeologico senza però sortire a oggi alcun risultato. Un ragionamento quello dei volontari ambientali che parte dal Castellone per approdare a uno sviluppo turistico del territorio atellano complessivamente inteso. «Non ci potrà essere uno sviluppo del turismo se non passando attraverso la salvaguardia del territorio e del paesaggio – spiega Antonio Pascale, presidente del circolo verde – Il paesaggio è una carta fondamentale che l’Unione dei Comuni deve giocare per guardare con ottimismo al futuro. Passa infatti per la capacità di valorizzare le qualità del territorio, una chiave imprescindibile per rispondere alle sfide della globalizzazione. Una sfida a essere un territorio capace di attrarre attenzioni e investimenti, intorno a un’idea di paesaggio come valore aggiunto dello straordinario patrimonio di beni storici e culturali. Per cogliere questa sfida occorre superare una visione del paesaggio ferma alla tutela di alcune aree e beni, ragionare di gestione e di salvaguardia ma anche di come contaminare con la chiave della qualità gli interventi sul territorio. Ripianificare lo sviluppo del comprensorio – conclude Pascale – non in un’ottica di aumento di capacità insediativa bensì di riqualificazione e valorizzazione dell’esistente, rappresenta la vera sfida».

di Elpidio Iorio

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