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Chi di mass-media ferisce di mass-media perisce

mass mediaA scanso d’equivoci dico subito che il presente articolo è, e vuole essere, un articolo provocatorio. Provocatorio perché intende stimolare una reazione nell’opinione pubblica. Una decisa presa di posizione nei confronti dell’uso e dell’abuso che alcuni fanno dei mezzi di comunicazione di massa.

Intende stigmatizzare chi “gioca” con i mass-media per acquisire notorietà da sfruttare, poi, economicamente ai danni di un pubblico lobotomizzato che, con la succube complicità dei giornalisti della televisione e della carta stampata, è sistematicamente preso per i fondelli. Prendiamo l’esempio degli omicidi efferati che con cadenza mensile avvengono in Italia. Il corpo delle vittime è ancora caldo che già i testimoni-sciacalli si presentano davanti i taccuini e le telecamere per reclamare i propri sporchi “quindici minuti di notorietà”. I necrofori sono ancora al lavoro che già i cameraman ed i paparazzi di turno si lanciano a capofitto su chiunque possa partecipare alla sceneggiata mass-mediologica. E’ fin troppo evidente che, oramai, in Italia in molti hanno capito che il sistema dell’informazione soffre di questa debolezza. Una debolezza che, purtroppo, da parecchi è sfruttata per fare soldi. Soldi provenienti dalle tasche dei gonzi che comprano le riviste più o meno “patinate” per vedere le dichiarazioni del “nonno del vicino della vittima” o della “moglie del fornaio del paese”. Gonzi che sbavano per avere l’autografo del ricattatore, appena uscito di galera, che fa l’innocentino distribuendo, a destra ed a manca, baci e gadget. Gonzi che passano ore ed ore davanti al televisore a sentire farneticanti dichiarazioni di bugiardi matricolati che fanno la parte dei Cavalieri della Tavola Rotonda e che, invece, hanno gli armadi stracolmi di scheletri.

Ma è possibile non accorgersi che i mass-media per fare soldi si sono venduti la credibilità. Pagare decine di migliaia d’euro per l’intervista all’unico superstite della famiglia sterminata dal serial killer o per la foto “preparata” del V.I.P. di turno senza mutande, non significa fare uno scoop, significa farsi un autogol. Certo, si aumentano le entrate, ma ci si sputtana il futuro. In troppi si sono già ritrovati, da seri e stimati professionisti che erano, a fare i buffoni in TV.

Chi esercita un mestiere come quello del giornalista, che una volta era rispettato e rispettabile, non può permettere a gente senza scrupoli di lucrare anche sulla morte dei propri familiari. In spregio a qualsiasi deontologia professionale, molti giornalisti, invece, abbassano la guardia. Occorrerebbe, al contrario, fare da filtro, ristabilendo le giuste distanze tra quello che si può e si deve pubblicare/trasmettere e quello che bisogna assolutamente ignorare, primo perché non è una notizia e secondo per non farsi strumentalizzare.

Per l’audience (quindi per soldi) si permette ad assassini rei confessi di accusare senza contraddittorio i giudici che li hanno giustamente condannati. Ad avvocati complici, e non semplici difensori, di vaticinare spergiurando sull’inesistente innocenza dei propri assistiti. A mitomani senza un minimo di credibilità di fare il giro delle trasmissioni televisive sentenziando, a destra ed a manca, su cosa è vero e cosa è falso di un processo che ha visto coinvolto cinquecento testimoni. La cosa più grave è, quando, dopo sentenze passate in giudicato, per reati commessi a mezzo Tv si dà nuovamente la parola ad inqualificabili imbonitori televisivi ristabilendo una sorta di verginità che permette loro di continuare a truffare il pubblico. Per questi motivi mi piacerebbe che il popolo televisivo si svegliasse dal torpore ed iniziasse a cambiare canale al solo apparire del “furbetto” di turno. Mi piacerebbe che i nostri legislatori emanassero una legge per impedire la messa in onda d’interviste televisive, o anche la semplice apparizione televisiva, a chiunque sia stato condannato per reati commessi con quel mezzo.

Confinare in una sorta di limbo mass-mediologico questi personaggi, vi assicuro, sarebbe la pena più giusta e temuta.

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