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Report di un viaggio a ILOPAN

Viaggio a...ILOPAN!!!Un saluto dal vostro corrispondente Oiram Issor. Ecco il resoconto del mio ultimo viaggio in Ailati. Il primo impatto avviene nell’aeroporto di Ilopan, una delle città più importanti, dal punto di vista turistico, di questa “allegra” nazione.

Una “simpatica” usanza del luogo, infatti, obbliga alcuni indigeni, a tenersi, come ricordo imperituro, uno o più oggetti, scelti direttamente dal bagaglio d’ogni passeggero. Altra usanza, con un nome che, ai più, è apparso inspiegabile: la “caccia al fessone”. Pensate, di fronte all’aeroporto sostano decine e decine di strani veicoli di colore giallo con indigeni del luogo che, appena scorto un turista, si danno un gran da fare per acciuffarlo. Io, per provare l’ebbrezza dell’avventura, sono salito, spontaneamente, a bordo di un altro tipo di veicolo, trascinato da un quadrupede magrissimo. Due chilometri di percorso mi sono costati quasi mezzo stipendio. Ma veniamo alla città. Il genio, che contraddistingue il popolo di Ilopan, ha partorito un’idea Uno scorcio di ILOPAN!!!stupenda. Al posto dei costosissimi guard-rail ci sono file interminabili di sacchetti variopinti e puzzolenti. Il traffico è caotico. Per passare le lunghe ore incolonnati sotto il sole cocente, quei “geniacci” degli abitanti di Ilopan hanno escogitato un gioco che si chiama: “Spara al cartello”. Vince chi riesce a colpire, il maggior numero di cartelli stradali. Una raccomandazione non indossate orologi Xelor perché Ilopan è la città con il maggior numero di collezionisti di questa marca. Per averne uno sarebbero capaci di strapparvelo, letteralmente, dal polso. Il massimo della “simpatia” è stato quando ho partecipato al gioco “Indovina: cosa c’è nel pacco?”. Il gioco funziona così: un concorrente (di solito un energumeno) ti fa vedere un oggetto. Tu lo paghi. Dopo qualche secondo ti viene rifilato un pacco. I più si allontanano contenti con il pacco in mano, mentre quelli più “ansiosi” lo aprono dopo pochi metri gridando: “Ci sono due mattoni invece della videocamera!”. L’energumeno, a quel punto, inizia una “danza di corteggiamento”. Afferra per il collo il giocatore e scuotendolo gli sussurra dolcemente “…e mò che vvuò fa?”. Purtroppo, essendo in ritardo sulla tabella di marcia, non sono riuscito a vedere la fase più interessante: l’accoppiamento. Ma parliamo un po’ degli abitanti del luogo. Alcuni, una buona parte, sono indistinguibili da quelli che ho visto nelle grandi città d’Europa: Londra, Parigi, Madrid ecc. Hanno stile e buongusto nel vestire. Modi gentili e buona cultura. Altri, invece, hanno un aspetto ed un atteggiamento diverso. A cominciare dal taglio di capelli: con delle strane codazze dietro ed un impressionante numero di tatuaggi, che coprono ogni zona del corpo. La gran parte indossa, poi, una quantità spropositata di collane, collanine, braccialetti, orologi, tutti rigorosamente in oro massiccio. Quello che Le Piramidi di AZZENOM!!!mi ha colpito di più è stato, però, lo strano modo di parlare. Un misto tra un dialetto dell’isola di Nauru e l’idioma usato dai capitribù della Guinea Bissau. Veniamo all’arte. Appena fuori città ho visitato l’antica area archeologica di Iepmop. Sepolta dall’Oivusev migliaia d’anni fa, ma ancora oggi abitata da migliaia di cani e gatti e da strani esseri con gli occhi a mandorla che fotografano dappertutto. Nelle campagne, lungo la costiera, lo spettacolo che, di sicuro rimarrà impresso nel mio cuore…e nelle mie narici: le piramidi di Azzennom. Fatte a gradoni, a guisa dell’antica piramide a gradoni del faraone Djoser (nella necropoli di Saqquara, presso Menfi, in Egitto) le piramidi di Azzennom si stagliano alte nel cielo, ad eterno ricordo della maestria artistica di un intero popolo e dei suoi illuminati governanti. La piana ricorda vagamente l’insediamento Maya-Tolteco di Chichén Itza, nella penisola dello Yucatán, in Messico. L’odore, purtroppo, no! Ma veniamo all’arte musicale. Il canto, la musica e le melodie di questo popolo mi hanno affascinato. Ho ascoltato canzoni antiche, meravigliose, con testi scritti da autentici poeti, interpretate magistralmente da cantanti con le “ugole d’oro”, sotto una luna iridescente e in un’atmosfera struggente che farebbe innamorare anche due colonne di marmo. Poi, c’è la cosiddetta musica neo… neo…qualcosa. Mi dicono sia di gran moda. Non c’è matrimonio, festa di piazza che non ospiti le grandi star di questo genere musicale. Oddio, io per la verità non sono riuscito a sentirne neanche un brano. Mi sono recato ai matrimoni, nelle varie feste di piazza, ma erano piene di immigrati, probabilmente extracomunitari. La musica di questi immigrati mi piace poco. I testi sono incomprensibili. Le nenie, stile arabo, sono cantate con toni talmente nasali ed un pathos degno di un condannato a morte, che il viso del cantante ne risulta deformato. Quasi tutti, infatti, hanno una formazione callosa che unisce le due sopracciglia, corrugandone contemporaneamente la fronte e facendola somigliare alla pelle di un cane shar-pei. Per oggi può bastare.

A risentirci presto.

Un saluto dal vostro corrispondente: Oiram Issor.

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