Italia

Chiudiamo le Università

LaureatoA fine 2007 quasi un nuovo assunto su dieci sarà uscito dall’università. È ancora forte lo squilibrio tra le scelte dei giovani e i titoli richiesti dal Sistema Italia. Nel 2007 i laureati che troveranno un impiego saranno 187 mila e cinquecento. Di questi poco più di 75 mila entreranno in un’impresa privata e 43 mila andranno a rinfoltire le file della pubblica amministrazione.

Per il resto circa 68 mila troveranno la strada come lavoratori autonomi. Da un punto di vista territoriale è il Nord Ovest a offrire maggiori opportunità seguito dal Centro. Meno dinamico invece il Nord Est. Ai minimi ancora la proporzione di laureati ricercati dalle imprese del Mezzogiorno (solo 5 su cento).Continua, infatti, ad esserci un marcato squilibrio tra le scelte dei giovani nei percorsi universitari e le richieste del “Sistema Italia”. Università di NapoliTroppi pochi laureati in economia. Troppi invece quelli che scelgono studi nell’area politico-sociale e in quella giuridica. Un mancato allineamento tra domanda e offerta che nel 2006 interessava quasi 88 mila laureati. Questo è quanto emerge dal rapporto Excelsior di Unioncamere, ma dopo i tanti numeri qualche considerazione va fatta. Certo una provocazione verrebbe d’istinto farla: chiudiamo le università; negli ultimi anni abbiamo assistito ad un processo di completa trasformazione di competere nel mondo del lavoro con l’uso di Internet, delle nuove tecnologie, delle distanze sempre più ridotte, mentre il mondo formativo è rimasto immobile alla trasformazione. Continua ad esserci nonostante le riforme delle ultime legislature uno “scollamento” tra il percorso formativo e quello lavorativo: gli ingegneri fanno gli economisti, gli avvocati fanno gli insegnanti, gli architetti gli ingegneri e viceversa, non si nega a nessuno di scrivere un libro. C’è da dire, anche, che spesso non sono ben chiare le competenze che il mondo del lavoro richiede ed anzi si ha la sensazione sempre più forte che il mondo del lavoro non richieda alta formazione e competenze. In effetti, tale sensazione risulta confermata dai suddetti numeri. Nel Mezzogiorno cinque su cento laureati sono ricercati dalle imprese. Aldilà della provocazione di chiudere i centri formativi una riflessione tra i diversi attori (universitari, lavoratori, imprenditori, governatori) va strutturata. Non è immaginabile continuare ad investire miliardi d’euro in formazione se non producono sbocchi lavorativi. Forse il mondo formativo andrebbe completamente stravolto: ad esempio iniziamo ad insegnare agli studenti universitari ad essere imprenditori, le possibilità per diventarlo, con un supporto formativo non solo nozionistico ma anche formativo all’approccio psicologico_caratteriale. Non dobbiamo formare solo in funzione del mondo aziendale; un’azienda per definizione è un centro di profitto e dovrebbe pertanto contribuire anche alla formazione delle risorse umane che assume. Ma poi oggi avere delle competenze premia? In verità, quotidianamente, siamo sottoposti ad “umiliazione mediatica” con l’attribuzioni di parole come successo, potere, soldi a persone che effettivamente non sono in grado di fare nulla senza considerare le modalità poco lecite con cui hanno raggiunto certe posizioni. E poi le modalità di ingresso o di cambiamento nel mondo lavorativo sono sempre più di tipo referenziale. I diversi siti di annunci di lavoro sono delle vere e proprie vetrine di marketing: provate a fare un test. Inviate dei curricula allineati ai profili richiesti! State tranquilli, non sarete contattati. Pertanto la situazione risulta essere particolarmente complessa e soprattutto non si risolve se non in un piano complessivo di riforme tra formazione, competenze, mondo impresa.

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