Aversa

Aversa: il vero prodotto locale è il provincialismo

AversaAVERSA. Il provincialismo inteso nella sua accezione negativa, da non confondere con la Patavinitas (la padovanità) di Tito Livio, è la cifra stilistica della nostra città. E’ inutile stracciarsi le vesti, arrampicarsi sugli specchi per negare quest’incontrovertibile verità.

Il provincialismo, ovvero, quella mentalità improntata alla più sfacciata chiusura mentale, corroborata da un’assoluta limitatezza di visione culturale complessiva, ad Aversa ha raggiunto livelli ineguagliabili. Eppure la ristrettezza d’interessi della gente che vive in provincia, quell’ingenua rigidezza di costumi e principi di vita, amplificati sovente da ritardi culturali, ad Aversa non dovrebbe esistere. Non siamo un borgo medievale abbarbicato sui monti, non siamo su di un’isola, non siamo in un deserto, eppure si riscontra una stagnazione sociale ed una grettezza mentale da far paura. Ogni iniziativa è ferocemente criticata. Chiunque osi proporre o realizzare qualcosa di concreto (fosse anche una tombolata) è attaccato con una virulenza spropositata. L’elenco delle manchevolezze cittadine è così lungo e così noto a tutti che ve lo risparmio.

Il fatto di essere praticamente inghiottiti da una metropoli come Napoli invece di aprire le menti sembra aver ulteriormente acuito il senso menefreghista del vivere la propria appartenenza ad una comunità. Potrei raccontarvi nomi, cognomi ed esperienze negative di chi ha voluto sfidare il mare nostrum dell’insipienza locale, ma sarebbe come girare il coltello nelle loro piaghe. Moltissimi stanno ancora pagando le pene del proprio “altruismo sociale”. Tutte queste esperienze sono state caratterizzate da un ostracismo fine a se stesso. Senza alcun costrutto. Senza alcun beneficio per nessuno. Ad Aversa si combatte sempre: tutto e tutti. Sarà forse colpa del patrimonio genetico lasciatoci in eredità dalle gens normanne ma fatto sta che non si può muovere una foglia senza sollevare critiche asperrime. A dispetto del titolo, voglio precisare che la proposta di creare un marchio per i prodotti tipici locali non dovrebbe essere affrontata con le argomentazioni sino ad ora riportate dai mass media nostrani. E’ proprio questo l’aspetto negativo del provincialismo. Se vogliamo uscire dal baratro nel quale siamo caduti bisogna ragionare in un modo completamente diverso.

La proposta in questione può arrecare danni a qualche cittadino aversano? No. Allora va appoggiata.

La proposta porta solo visibilità al proponente e pochi benefici alla città? Si. Non fa niente, va appoggiata lo stesso, perché serve a muovere le acque dello stagno.

La proposta proviene da una sola parte politica? Si. L’altra parte si attivi e, in aggiunta a questa, ne proponga subito altre due.

Questo tipo d’atteggiamento positivo nei confronti degli altri è esattamente quello che in altre città italiane, grandi quasi come Aversa, ha portato soldi nelle tasche dei commercianti, aumento delle entrate fiscali per i comuni, apertura d’infrastrutture industriali, vero benessere ai cittadini. Solo una volta raggiunti gli obiettivi ci si può tranquillamente accapigliare, mai prima. Ripeto, non voglio entrare nel merito della proposta che potrebbe rivelarsi un’enorme cazzata, però, va prima aiutata a crescere e realizzarsi e, poi, eventualmente, combattuta. Chiunque proponga qualcosa per “rianimare il morto” va ascoltato! Nelle sperdute cittadine americane, stracolme di personaggi con l’apertura mentale e l’entusiasmo di un bradipo, sono nate industrie e sviluppati progetti, sovvenzionati dai ricconi locali, che hanno colonizzato l’intero pianeta. Chi ha soldi da spendere, li investa nella propria città o se ne vada a vivere altrove. Investire in borsa, comprarsi le Mercedes, “intorzarsi” di ville con i sette nani nel giardino, forse vi farà sentire ricchi. Ma ricchi di che. E’ una ricchezza basata sul niente. Un tracollo in borsa, una ventata di diossina sui sette nani e “statti bene ricchezza”. La vera ricchezza sta nell’investire negli altri. Nel diversificare gli investimenti, partendo dalla città dove si vive. Industria, commercio, terziario avanzato questo crea ricchezza. Chi è messo in condizione di sviluppare una propria idea, si dia da fare per chiedere aiuto agli altri. Non bisogna chiudersi in una torre d’avorio. Conosco decine d’iniziative, nate da più o meno tempo, che avrebbero tutti i numeri per sviluppare grandi business se fossero dirette da persone con una mentalità più aperta e con degli investitori locali più intelligenti.

In ogni caso, come dicevano i latini:”Spes ultima dea” (La speranza è l’ultima dea), la speranza è l’ultima a morire e ad Aversa solo questo c’è rimasto.

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