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Caso Vaccarella, bufera sul governo Prodi

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Romano VaccarellaROMA. Venerdì mattina il giudice della Corte Costituzionale Romano Vaccarella ha presentato le dimissioni, irrevocabili, dall’incarico conferitogli dal parlamento nel 2002, su indicazione del centrodestra.

Romano ProdiUna decisione già annunciata dallo stesso Vaccarella, all’indomani delle affermazioni di alcuni ministri circa la “disponibilità” della Corte a dichiarare inammissibili i referendum per la riforma elettorale, cosa che farebbe molto comodo al governo che intende attuare la legge attraverso un iter parlamentare. Non è servito nemmeno il richiamo del premier Romano Prodi ai suoi ministri di “rispettare la divisione dei poteri” per far cambiare idea a Vaccarella, il quale ha ritenuto le spiegazioni fornitegli dallo stesso Prodi “generiche e rituali”. La lettera di dimissioni è stata accettata all’unanimità dalla Corte durante una camera di consiglieri protrattasi per due ore in un clima teso. Lettera in cui il giudice ha chiarito nuovamente che la sua decisione è dovuta a fatto che “alcuni esponenti del governo si dicessero sicuri della ‘disponibilità’ della Corte a seguire i suggerimenti del governo stesso”, al fatto che “tali gravissime dichiarazioni non fossero state immediatamente e pubblicamente smentite dai ministri in questione (e, nel corso di questa vicenda, si è appreso che volutamente non sono state smentite perchè… non vere!)” e al fatto che “una vicenda di tali gravità non avesse provocato alcun intervento delle Istituzioni”.

Il testo della lettera di dimissioni di Romano Vaccarella inviata al presidente della Corte, Franco Bile.

“Caro Presidente, ho preso atto della delibera con la quale la Corte ha deciso, all’unanimità, di non accettare le mie dimissioni: dimissioni – delle quali avevo oralmente anticipato le ragioni, fin dal 28 aprile, sia a Te che al vicepresidente prof. Flick – che erano originate non già dal fatto che esponenti del Governo avessero espresso dubbi sull’ammissibilità del referendum ma:

1) dal fatto che alcuni di tali esponenti si dicessero sicuri della ‘disponibilità’ della Corte a seguire i suggerimenti del Governo stesso;

2) dal fatto che tali gravissimi dichiarazioni non fossero state immediatamente e pubblicamente smentite dai ministri in questione (e, nel corso di questa vicenda, si è appreso che volutamente non sono state smentite perchè… non vere!);

3) dal fatto che una vicenda di tali gravità non avesse provocato alcun intervento delle Istituzioni. Tale silenzio mi ha reso evidente la considerazione nella quale sono tenuti il ruolo e la funzione della Corte (e ciò del tutto a prescindere dal fatto che, nel caso di specie, si trattasse di un referendum) e ho ritenuto, e ritengo, che le generiche e rituali dichiarazioni intervenute il 29 aprile non fossero in alcun modo idonee a fugare il mio convincimento.

Nella sua delibera la Corte mostra di condividere le mie preoccupazioni sulla considerazione in cui essa è stata tenuta da quelle dichiarazioni (e sulle interferenze che tale considerazione consente e incoraggia), e mi conforta il fatto che con ciò essa escluda che io sia «un attaccante di calcio che si produce in una capriola per indurre l’arbitro a fischiare un fallo inesistente», ovvero una sorta di «agente provocatore», così come esclude la tesi «complottarda» secondo la quale le mie dimissioni avrebbero seguito «una strana tempistica».

Qualsiasi cosa pensino – ciascuno nel gergo e nella logica che gli sono propri – gli autori di tali dichiarazioni circa la ‘incomprensibilità’ (meglio, l’inconcepibilità, in questo Paese) di dimissioni date a tutela di un Organo costituzionale e della propria dignità personale, la realtà è semplicemente questa; e comprendi bene, caro Presidente, che – non certo per secondare il ‘delicato’ invito di un autorevole ministro della Repubblica, ma anche per quanto successivamente accaduto – non posso che confermarle irrevocabilmente.

Ti prego di esprimere ai Colleghi la mia gratitudine per la solidarietà e la stima dimostratemi dopo le mie dimissioni e la speranza che questa vicenda giovi alla Corte della quale ho avuto l’onore di far parte”.

Romano Vaccarella

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