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Pubblicate le foto di Sircana, e lui chiarisce in una lettera

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Sircana che si accosta al transROMA. Il portavoce del Governo Prodi, Silvio Sircana, commenta la vicenda delle foto, rese pubbliche, che lo ritraggono in auto mentre si accosta ad un marciapiedi su cui è fermo un transessuale. In una lettera inviata al “La Stampa” e in un’intervista a “Repubblica”, Sircana chiarisce che “è stato un momento di stupida curiosità”, dice di essere non essere vittima di alcun ricatto, si dichiara in disaccordo con il provvedimento del Garante per la privacy e assicura che non si dimetterà.

La lettera di Sircana inviata a “La Stampa”

Silvio SircanaCaro direttore,

approfitto della sua cortesia per fare chiarezza sulla vicenda che riguarda me e non solo me. Intendo cominciare subito con la crudezza e la pesantezza (almeno per me) dei fatti. Esistono a quanto pare alcune foto – e vorrei vederle pubblicate al più presto – che ritraggono una macchina (la mia macchina) che accosta lungo un viale vicino ad un presunto transessuale e riparte subito dopo con un unico passeggero. Io. Con le persone a me care a cui le spiegazioni sono dovute ho già avuto tutti i necessari chiarimenti.

Non mi sento minimamente vittima di un fotografo che, indipendentemente dal fatto che piaccia o meno, faceva semplicemente il suo mestiere. Né sono stato vittima o oggetto di ricatti, di avvisaglie o minacce di ricatto anche perché – come ho già avuto modo di dire – ho appreso dell’esistenza di questo reportage dalla telefonata di un giornalista che, nella tarda serata di martedì scorso, mi descriveva nel dettaglio la foto e mi annunciava l’intenzione di scriverne sul suo giornale. Le mie balbettanti e balbettate risposte registrate dallo stesso giornalista sono lì a testimoniare il mio stupore, visto che avevo praticamente rimosso dalla memoria il ricordo di un momento di stupida curiosità di una ormai lontana sera d’estate. Dunque, se di qualcuno sono stato vittima, sono stato vittima esclusivamente di me stesso. Io so quello che ho pensato e fatto, ma, soprattutto – ed è quello che conta – so quello che non ho fatto.

Ci sono due aspetti tra i tanti inquietanti di questa vicenda che più di tutti mi hanno turbato. Prima di tutto lo scoprire a posteriori che l’esistenza di questi materiali – che più che scottanti mi permetterei di definire tiepidi o, più si va avanti con questa storia, riscaldati – fosse nota a molti e fosse oggetto di chiacchiere, illazioni, pettegolezzi da qualche mese. Altro aspetto altrettanto sconcertante di questa vicenda riguarda la circolazione di intercettazioni tratte da faldoni giudiziari dove compare il mio nome nelle conversazioni del fotografo in questione. Anche in questo caso ho dovuto apprendere che circolava il mio nome in atti giudiziari da fonti giornalistiche. Non è la prima volta che accade, mi si dirà, ma rimane perlomeno strano. Ma non posso fermarmi qui. Perché negli ultimi trentacinque anni (ironia della sorte 35 anni fa ho cominciato facendo il fotografo) ho lavorato nel mondo della comunicazione e dell’informazione. E, per questo mondo, ho maturato una passione e un rispetto che mi portano ad essere un convinto e fermo assertore, ma soprattutto difensore, della libertà di informazione, uno dei pilastri sacri della democrazia.

Ho vissuto con fastidio – quindi – il fatto che decisioni prese sull’argomento dalle autorità competenti siano state messe in relazione con la vicenda che mi ha riguardato. Voglio essere chiaro ed esplicito: nonostante il dolore profondo e non lenibile che questa vicenda mi ha procurato non posso condividere questo provvedimento e tantomeno la sua tempistica. Credo – questo sì – a un’etica dell’informazione che dovrebbe essere il faro, la guida del comportamento di quanti nell’informazione operano. Un’etica che dovrebbe spingere a non colpire le persone – tutte le persone – usando le notizie come pistole puntate alla tempia di alcuno per qualsiasi fine. Ma, detto questo, non si può impedire alla stampa di fare inchieste, di raccogliere informazioni, di pubblicare fotografie. Sta agli operatori del settore decidere, secondo la loro coscienza, quali siano i limiti da non superare. Su questo fronte – credo sia opinione condivisa – c’è ancora molto da fare. Ma ritengo altresì che su queste, che sono le regole non scritte della deontologia e del comportamento, debbano essere gli addetti del settore a interrogarsi, a dibattere, a trovare soluzioni. Comunque, questo è certo, finire in vicende come questa fa male, molto male. E so di non essere il solo ad aver sperimentato un simile trattamento, definito efficacemente dal Presidente Berlusconi come una «gogna mediatica». Da questa storia ci sono molti insegnamenti da trarre. Quelli del valore degli affetti veri, quelli delle stupidità da evitare e, per chi come me ha responsabilità forti, la necessità di lavorare sodo perché l’informazione sia sempre più libera e autorevole grazie al rispetto di regole che non sono scritte ma sono racchiuse in una sola parola: civiltà. SILVIO SIRCANA

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